Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (VIII)

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(segue da) Ultima “puntata” dell’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!

Il post precedente chiosava così: “il problema del cibo, e dell’agricoltura, non è, da noi, un problema di carenza: anzi nei paesi ricchi di cibo ce n’è fin troppo, tanto da dover essere gettato via… I prodotti che scadono, ad esempio, devono essere buttati via: in termini tecnici si dice che questi prodotti vengono valorizzati. Sono gli scarti, i rifiuti dei supermercati. Ma non di tutti".

I LAST MINUTE MARKET
Infatti...
Infatti esistono i c.d. “Last Minute Market”, “idea e pratica” nata alla fine degli anni 90: Andrea Segrè, Preside della Facoltà di agraria dell'Università di Bologna, in quel periodo ebbe occasione di calcolare gli sprechi medi che si perpetravano nella grande distribuzione.
Circa 170 tonnellate di cibo perfettamente consumabile, nei soli quattro supermercati che hanno aderito all'iniziativa...
E su scala nazionale?
Considerando tutte le tipologie distributive cash and carry, ipermercati, supermercati e piccoli dettaglio il potenziale quantità di beni alimentari recupe
rabili sono pari a 238.000 tonnellate, dice Sabina Morganti, di Last Minute Market.

Piero Riccardi fa due rapidi conti: “calcolando un valore medio per chilo di cibo recuperato di 3 euro e 70 centesimi, otteniamo uno spreco di 881 milioni di euro, che potrebbe sfamare 620 mila persone in un anno pari a 566 milioni di pasti all’anno. Sono cifre impressionanti, ma per noi tutto questo è solo il benessere”

Ma: perché tutto questo spreco?

Scarto fisiologico per la Grande Distribuzione, “spiega” Stefano Cavagna, direttore di un ipermercato a Bologna.
Ma lo scarto dei supermercati è solo il terminale di una catena che inizia dal campo.
Ma lo scarto, è davvero fisiologico?

I GAS - GRUPPI D'ACQUISTO SOLIDALI
Esistono, tuttavia, luoghi in cui, per fortuna, lo scarto non sanno neanche cosa sia...
L’azienda biologica Colombini a Pisa, ad esempio, che fa parte di una rete di GAS, Gruppi d’Acquisto Solidali, un gruppo di persone della zona che si uniscono e organizzano acquisti comuni, direttamente da un’azienda.
Come funziona?
Semplice.
Attraverso la programmazione delle semine.

Basta sfruttare internet: un sito,
un forum di discussione dei progetti, e “il gioco è fatto”...
La scelta dei consumatori, dunque, “parte” dalla semina.
Per quanto riguarda il prezzo, poi, i GAS cercano di mantenerlo, stabile, intorno all'euro e 70 centesimi al chilo, “indifferenziato” (stesso prezzo al chilo per tutti i prodotti).

“Nelle buste, carote, broccoli, fragole tutto ha lo stesso prezzo, tutto costa mediamente 1 euro e 70 al chilo e le carote industriali da 7 centesimi sembrano lontane anni luce, lontani anni luce gli sprechi nel campo, perché al contadino il prezzo non ripaga neppure la raccolta, gli sprechi nei mercati generali solo perché un gambo è un po’ appassito, e nei supermercati dove una retina di arance viene gettata nella spazzatura solo perché una è ammaccata, sembrano lontani anni luce con la loro inefficienza, i prezzi alti, gli imballaggi che costano più del prodotto e paiono fatti apposta solo per alimentare i termovalorizzatori.
Qui tutto funziona diversamente, i consumatori intervengono sul piano di semine, gli sprechi sono zero perc
hé tutto quello che viene prodotto finisce nelle buste dei consumatori e per l’agricoltore non c’è nulla che non valga la pena di essere raccolto.
Tutto qui è efficiente ed economico, e tutto sembra così semplice”
.


Stesso discorso vale per il latte: molti allevatori possono vendere direttamente, senza intermediari, il latte, perchè le loro mucche sono sane e alimentate con prodotti di qualità, certificati.

In questo modo guadagnano tutti.
I consumatori, che pagano meno il prodotto finale; il produttore, che può ricavare un prezzo giusto dal suo lavoro; e anche l’ambiente, perché lo spreco di imballaggi si abbassa drasticamente....

In Italia, precisa Piero Riccardi, “consumiamo 834.000 litri di latte al giorno, che significa 834.000 bottiglie di plastica e buste del latte in meno nei rifiuti ogni giorno, in pratica una montagna...”

CHILOMETRO ZERO
Sandra Chiarato, della Coldiretti Veneto, dice che “il chilometro zero fa pensare al protocollo di Kyoto, fa pensare comunque a una cosa a portata di mano, per cui i ristoratori hanno pensato giustamente di non pensare più a una cucina tipica, ma di pensare a una cucina a chilometro zero. Forse non abbiamo scoperto niente di nuovo, ma sicuramente abbiamo creato una coscienza, abbiamo creato un ombrello dove tutti sono andati a ripararsi e a creare anche una strategia di promozione, ma anche un credo, un credo nuovo, una scelta etica.

In conclusione: serve un agricoltura migliore, rispettosa dell’ambiente, della sopravvivenza del nostro pianeta,dei cibi che produce non solo è possibile, ma si sta già realizzando.
Migliaia di agricoltori, allevatori ci stanno mettendo le loro competenze e la loro faccia.
Ma un vero cambiamento non è possibile senza le nostre scelte, di ciò che mettiamo sulle nostre tavole, di quello che mangiamo al bar, al ristorante, in mensa.


È vero, nessuno può impedire ad un supermercato di vendere delle fragole fuori stagione perché inquinano e hanno poche proprietà nutritive.

Ma noi possiamo non comprarle.

E cosa impedisce alle mense aziendali o scolastiche di cucinare pasti a chilometri zero?


Ippocrate, nel 400 a.c. diceva, e con qusto si chiude la puntata: "lascia che il cibo sia la tua medicina".


Pillole di giurisprudenza (1): l’ambiente nella lettura della Corte Costituzionale

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Con questo post intendo inaugurare una nuova “categoria”: pillole di giurisprudenza.

Lo scopo – oltre a quello di InFormare – consiste nel cercare di rendere più intelligibili le sentenze dei diversi Giudici (ordinario, amministrativo, costituzionale,…), e di mostrare la rilevanza concreta delle relative decisioni.Inizio prendendo spunto da una recente sentenza della Corte Costituzionale (sent. n. 380 del 14 novembre 2007), con la quale la Corte – nel delineare i confini della materia tutela dell’ambiente” – ha ribadito che la competenza legislativa “pur presentandosi sovente connessa e intrecciata inestricabilmente con altri interessi e competenze regionali concorrenti (sent. n. 32 del 2006), tuttavia, rientra nella competenza esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.), anche se ciò non esclude il concorso di normative regionali, fondate sulle rispettive competenze, volte al conseguimento di finalità di tutela ambientale (sentenza n. 247 del 2006)”.
Dall’analisi della giurisprudenza – sia precedente, sia successiva alla riforma costituzionale del 2001 – è agevole ricavare una configurazione dell'ambiente come:1. “bene della vita”, materiale e complesso, entità organica, la cui disciplina – che riguarda un interesse pubblico di valore costituzionale primario ed assoluto e deve garantire, come prescrive il diritto comunitario, un elevato livello di tutela, come tale inderogabile da altre discipline di settore – è stata affidata, in via esclusiva allo Stato, il quale deve dettare “norme di tutela che hanno ad oggetto il tutto e le singole componenti considerate come parti del tutto”;2. "valore costituzionalmente protetto”, che, in quanto tale, delinea una sorta di materia "trasversale", nel senso che sullo stesso oggetto insistono interessi diversi: quello alla conservazione dell’ambiente e quelli inerenti alle sue utilizzazioni.In questi casi, la disciplina unitaria del bene complessivo ambiente, rimessa in via esclusiva allo Stato, “viene a prevalere su quella dettata dalle Regioni o dalle Province autonome, in materie di competenza propria, ed in riferimento ad altri interessi.
Ciò comporta che la disciplina ambientale, che scaturisce dall’esercizio di una competenza esclusiva dello Stato, investendo l’ambiente nel suo complesso, e quindi anche in ciascuna sua parte, viene a funzionare come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per cui queste ultime non possono in alcun modo derogare o peggiorare il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato”
.


In sostanza, la circostanza che una determinata disciplina sia ascrivibile alla materia “tutela dell’ambiente”, comporta il potere dello Stato di dettare standard di protezione uniformi validi su tutto il territorio nazionale e non derogabili in senso peggiorativo da parte delle Regioni, “ma non esclude che le leggi regionali emanate nell’esercizio della potestà concorrente di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione, o di quella “residuale” di cui all’art. 117, quarto comma, possano assumere tra i propri scopi anche finalità di tutela ambientale”.
Si tratta, quindi, di una disciplina che:
a) è riservata in via esclusiva allo Stato, e può essere “integrata”
– solo dalle Regioni (o Province autonome) nell’ambito della disciplina concorrente e
– solo senza derogare o peggiorare il livello di tutela ambientale;
b) intende stabilire criteri uniformi, non derogabili, su tutto il territorio nazionale, volti – oltre che alla protezione dell’ambiente – anche a non creare disparità di trattamento fra gli operatori del settore.


Rassegna Stampa: La Repubblica di lunedì 28 aprile 2008. La pattumiera di Napoli – 69 giorni prima della catastrofe

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Su “La Repubblica” di oggi, 28 aprile 2008, è stato pubblicato questo interessante articolo di Giuseppe D’Avanzo.
Di seguito, riporto alcuni estratti.


"Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che "dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno" […]


Conviene cominciare a contare.
Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni.
Soltanto 69 giorni per precipitare nel pieno dell'estate, del calore, di una nuova, tragica e teatrale "emergenza rifiuti" e quindi in una crisi urbana, in una catastrof
e sociale che potrebbe non risparmiare, questa volta, patologie infettive degne di altri secoli.

I napoletani fanno gli scongiuri, certo.
Sono superstiziosi e la superstizione è la speranza del tutto irrazionale di un incantesimo benigno.
Si illudono che gli dèi alla fine li leveranno dai guai con una magia. Nessuna magia.

Tra 69 giorni, l'immondizia seppellirà di nuovo le strade dell'area metropolitana tra Napoli e Caserta, i duecento comuni del territorio già più inquinato d'Europa.
I numeri non lasciano spazio alla fiducia in un miracolo.

Il 5 luglio saranno sature le discariche e i "siti provvisori" che fino ad oggi hanno consentito di ospitare, più o meno, 700 mila tonnellate di immondizia spazzate via dalle strade. Come saranno in via di esaurimento (a fine luglio) i contratti che hanno permesso di spedire in Germania (più o meno) 200 mila tonnellate di rifiuti.
Non è il fantasma di una crisi prossima ventura.
E' l'annuncio concretissimo di un'altra crisi, peggiore dell'ultima perché potrebbe consumarsi a temperature che oscillano tra i 32 e i 36 gradi […]


Il commissario Gianni De Gennaro ha […] preparato un piano di priorità […]: una "piattaforma plurifunzionale" - dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate di "rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi" – che dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia […]


Anche chi non è un addetto ha compreso ormai qual è "la filiera" che consente alle città di non soffocare tra i rifiuti trasformando quel servizio pubblico in una redditizia - oltre che indispensabile - attività industriale. Riduzione del volume dei rifiuti e raccolta differenziata. Un sistema di impianti industriali in grado di offrire canali diversificati: dal riciclaggio al recupero energetico; dal downcycling (recupero in attività secondarie) al trattamento.

La discarica, il "buco", è soltanto una soluzione residuale, buona per accogliere gli scarti stabilizzati e inerti, in modo da minimizzarne l'impatto e azzerare l'urgenza di aprirne di nuove. L'impresa non è impossibile. C'è molto denaro a disposizione. Ci sono le tecnologie adeguate.


L'impresa richiede però buona politica; coerenti interventi istituzionali e di governo; un costante rapporto con le popolazioni che devono avere fiducia in chi governa per legittimarne le scelte e accettarne l'impatto nel proprio territorio. Il denaro, le leggi, le decisioni non bastano, allora. Occorre quel che si dice "capitale sociale" [...]".

Per leggere l’intero articolo, clicca qui.



Water Footprint: l'impronta dell'acqua

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In un post di qualche giorno fa parlavo dei “costi nascosti” dietro la produzione di un chilo di plastica…

Ora vorrei accennare al peso dell’impronta d’acqua, c.d. Water Footprint.

Il crescente allarme per la scarsità del bene più prezioso al mondo impone di considerare, come mai s’è fatto finora, quanta acqua si consuma nelle diverse attività umane.
Non solo per sopravvivere, ma anche per produrre: cibo, acqua, vestiti, carta, etc…

Il Water Footprint indica proprio la quantità d'acqua che è stata utilizzata per la fabbricazione dei prodotti acquistati: per la maggior parte, infatti, noi l’acqua la mangiamo.
Ad esempio, quanta acqua serve per produrre una mela, un bicchiere di vino o un chilo di orzo?
La sorprendente risposta emerge da una ricerca condotta nei Paesi Bassi:
  • una mela di 100 gr di peso ha un impiego d’acqua di 70 litri;
  • per due tazzine di caffè occorrono 140 litri d'acqua;
  • un bicchiere di vino "consuma" 120 litri di H2O, un litro di latte 1.760;
  • per produrre 1kg di carne di manzo occorrono 16.000 litri d’acqua.
Lo studio "Water footprint of nation: Water use by people as a function of their consumption pattern", dà la possibilità ai consumatori di scoprire cosa è nascosto dietro alle normali abitudini di consumo.

«La nostra ricerca dimostra che la maggior parte delle persone non sono consapevoli di quanto l'acqua che utilizzano» commenta un portavoce del Consiglio per l’acqua britannico all’Independent.

Su Water Footprint ci sono tre calcolatori:
  1. il primo riguarda il consumo medio annuo pro capite per Paese;
  2. il secondo ed il terzo (calcolatori individuali) riguardano, rispettivamente,
  • il luogo in cui si vive, quanto si guadagna, etc...(indicatore di massima) e
  • le abitudini alimentari, quelle relative al modo con cui si fanno le pulizie, etc...
L’Italia è la quarto posto per consumo pro capite di acqua, subito dietro gli Stati Uniti, la Grecia e la Malaysia (2.332 metri cubi all'anno, contro i 25000 di un americano. La media mondiale è di 1.234 metri cubi d'acqua a testa)
Per maggiori approfondimenti (ne seguiranno altri, in futuro, sul blog) cliccate qui.


Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (VII)

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Continua l’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!

Il post precedente ha messo in evidenza l’importanza della logica che mette al centro il consumatore…

Occorre, ora, mettere in evidenza l’importanza del biologico

L’IMPORTANZA DEL BIOLOGICO

"Produrre una varietà antica di mele non è un vezzo o una nostalgia, significa contare su una varietà più resistente alle malattie di quel posto, significa poter non usare pesticidi e insetticidi chimici, insomma fare un’agricoltura più pulita".

Riguardo alla qualità dei frutti, uno studio dell’Università di California Davis del 2006 lascia pochi dubbi.
La ricerca, durata 10 anni, dimostra la superiorità del biologico.

Anche Maria Teresa Russo, chimica degli alimenti dell’Università di Reggio Calabria – Università dotata di un laboratorio integrato, uno dei pochissimi esempi esistenti qua in Italia, dove si fanno misurazioni di qualità e si estraggono sostanze naturali dai vegetali da usare nella lotta biologica alle malattie – sottolinea che "la concimazione su un prodotto alimentare […] ha un riflesso immediato sulla composizione chimica del prodotto. Diciamo che comunque prodotti alimentari ottenuti con metodo biologico hanno delle caratteristiche edonistiche e anche delle sostanze che definiscono l’aspetto nutrizionale per alcuni versi migliore".

Biologico, tuttavia, ricorda Piero Riccardi, non è solo assenza di pesticidi e fertilizzanti chimici.
Base dell’agricoltura biologica, infatti, è lasciare inerbiti i campi con le erbe spontanee per produrre quella sostanza organica nel terreno che permette di non usare i fertilizzanti chimici e questa è proprio quella pratica indicata dalla Fao per contenere la produzione di gas serra.

GLI EFFETTI DANNOSI DELL’AGRICOLTURA INDUSTRIALE…

Cercando qualche dato – dice la Gabanelli"abbiamo trovato che l’Istituto nazionale per la nutrizione delle piante ha calcolato il rapporto fra perdita di sostanza organica nei terreni, dovuta a continui cicli di arature e concimazioni chimiche, e la produzione di anidride carbonica".
In che modo?
"Sappiamo che l’erba e le foglie metabolizzano tramite fotosintesi l’anidride carbonica, liberano l’ossigeno nell’aria e trattengono il carbonio che si fissa nel terreno e si combina con le sostanze organiche. I continui cicli di aratura e di concimazione chimica distruggono le sostanze organiche, si libera il carbonio nell’aria che combinandosi con l’ossigeno diventa anidride carbonica.
In sostanza ogni volta che viene arato un campo iperconcimato, contribuisci all’emissione di gas serra tanto quanto una colonna di tir.
I dati ahimè sono impressionanti".

Il protocollo di Kyoto, dice che – a partire da gennaio e per i prossimi 4 anni – dobbiamo ridurre l’emissione di gas serra del 6,5%, pena una multa salatissima.
Siccome non abbiamo ancora fatto nulla, sul sito del Kyoto club c’è un contatore che misura in tempo reale il debito che l’Italia sta accumulando: 47 euro al secondo, più di 4 milioni di euro al giorno. Ma pare che la cosa non ci interessi granché.

"Eppure secondo l’istituto nazionale per la nutrizione delle piante, per rientrare nei parametri, basterebbe imprigionare dentro i nostri 13 milioni di terreni agricoli lo 0,1% di carbonio. Quel carbonio che viene liberato dalle continue arature di terreni iperconcimati chimicamente. Quindi bisognerebbe fare quello che già fa l’agricoltura biologica già fa.
Ma c’è chi sostiene che questo metodo provocherebbe una carenza di cibo".

“Un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan negli Stati Uniti – dice Maria Fonte, economista agraria dell’Università Federico II di Napoli – rispondendo a questa preoccupazione hanno portato avanti un grande lavoro di ricerca passando in rassegna circa trecento lavori, i quali mettevano a confronto le rese del biologico e le rese dell’agricoltura convenzionale”.

Il risultato svela che se tutti i paesi sviluppati coltivassero con metodi di agricoltura biologica, in media le rese sarebbero inferiori di un 10%, mentre aumenterebbe la disponibilità per i paesi in via di sviluppo.

…E QUELLI DELL’INUTILE SPRECO

Il problema del cibo, e dell’agricoltura, non è, da noi, un problema di carenza: anzi nei paesi ricchi di cibo ce n’è fin troppo, tanto da dover essere gettato via…

I prodotti che scadono, ad esempio, devono essere buttati via: in termini tecnici si dice che questi prodotti vengono valorizzati.
Sono gli scarti, i rifiuti dei supermercati.
Ma non di tutti

(continua)


Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (VI)

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Prosegue l’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!


Il post precedente si concludeva con una considerazione di Piero Riccardi sulla perdita della sostanza organica nei terreni, partita attorno la quale si gioca il futuro dell’agricoltura sostenibile.


Ci avviciniamo pian piano alla conclusione del riassunto di questa importantissima puntata di Report

SLOW FOOD E LA SCELTA DEL CIBO RESPONSABILE

A Bra, fra il Roero e le Langhe, c’è la sede storica di Slow Food, un’associazione che nasce negli anni ’80 come risposta al Fast Food, e che fa della scelta del cibo un atto responsabile.
Carlo Petrini, l’ideatore di Slow Food, è stato da poco inserito dal quotidiano inglese The Guardian tra le 50 personalità (unico italiano…) che potrebbero salvare il pianeta dai danni dell’effetto serra.

Al microfono di Piero Riccardi spiega che “nel momento in cui facciamo le scelte tutti siamo dei gastronomi; e siccome ognuno di noi fa delle scelte, nel momento in cui fa delle scelte sul proprio cibo, in qualche misura, non solo è gastronomo ma è anche contadino, sceglie che tipo di agricoltura aiutare, sceglie che tipo di agricoltura sostenere.
E allora da questo punto di vista le opzioni e le scelte devono essere responsabili"
.

Un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, di piccola scala, continua Petrini, è assolutamente più produttiva e più sostenibile che un’agricoltura massiva, di larga scala, nel senso che produce di più, perché consente anche in piccole realtà territoriali la rotazione delle coltivazioni e consente un utilizzo dei terreni in modo più intelligente.
È questa la nuova forma della modernità: avere la cultura, la conoscenza e la saggezza per tornare a ritmi che rispettino la stagionalità e la produzione locale.

PROGETTI AGRICOLI SOSTENIBILI PER COMBATTERE LA MENTALITA’ DEL VINTO

I Presidi nati attorno a Slow Food, 200 in Italia e altri 100 nel mondo, sono un esempio di sostenibilità, di lotta contro i troppo compromessi cui dovevano sottostare gli allevatori…

"Vedevo proprio che i più bravi volevano smettere – dice Sergio Capaldo, l’ispiratore e motore di una associazione di allevatori nel cuneese – i figli lasciavano l’attività perché dicevano tanto non c’è niente da fare, è proprio la mentalità del vinto, veramente, se tu non entravi nella grande distribuzione, se non facevi così, se non usavi quell’integratore, se non facevi tutto quello che noi non volevamo che a volte avvenisse, sembrava che tu fossi un perdente.

Sempre questa mentalità di dire, no vince il furbo, non vince chi è onesto, questo è stata una sfida che io ho voluto lanciare”

La ricetta?
Semplice.
E sostenibile.
Non è stato inventato niente.
“L’allevamento sostenibile è quello dove il numero di capi è proporzionato ai terreni dell’azienda dove l’allevatore produce da sé il foraggio e gli alimenti necessari, fertilizzati con lo stesso letame dei suoi animali, che è sano perché non contiene medicinali e altri chimici, perché se il cibo è buono l’animale sta bene e non servono i medicinali. Per tutti gli allevatori del presidio prodursi l’alimentazione in azienda è fondamentale, anche perché non si dipende dagli acquisti esterni e se il costo del mais e dei mangimi a livello mondiale aumenta all’azienda non importa, il costo di allevamento rimane certo”.

UNA NUOVA LOGICA
Non è la logica di chi vende che deve decidere come noi dobbiamo produrre, ma è il contrario.
Si riporta al primo posto il consumatore……che vuole mantenere l’ambiente e curarsi con la qualità del cibo.

Per allevare occorre garantirsi il prezzo giusto.
E per garantirsi il prezzo giusto gli allevatori del Presidio hanno deciso di controllare anche il resto della filiera: la distribuzione.
Come?
Attraverso un moderno, efficiente, computerizzato sistema di controllo: la tracciabilità e le forniture sono gestite direttamente, senza intermediari.
Con importanti e positive ricadute sui prezzi….

(continua)


Rassegna Stampa: "L’inflazione delle parole"

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C’è una bella poesia di Charles Bukowski in cui l’Autore dice che

“Le parole non hanno occhi né gambe,
Non hanno bocca né braccia,
Non hanno viscere.
E spesso nemmeno cuore,
O ne hanno assai poco.
Non puoi chiedere alle parole
Di accenderti una sigaretta
Ma possono renderti più piacevole
Il vino.
E certo non puoi costringere le parole

A fare qualcosa che non
Voglion fare.
Non puoi sovraccaricarle
...
Le parole sono uno dei più grandi miracoli al mondo,
possono illuminare o distruggere menti,
nazioni, culture.
le parole sono belle e pericolose
[…]”

Occorre, quindi, utilizzare le parole con parsimonia, senza stravolgerne il significato e inserendole nel contesto (Testo nel ConTesto…).


Prendo spunto da qui per segnalarvi un articolo di Luca Ramacci (apparso su “La nuova ecologia"di Febbraio 2008, e riportato sul sito Lexambiente), in cui l’Autore – in sintesi – sottolinea, a ragion veduta, il pressappochismo con cui certi fantasiosi tuttologi affrontano le tematiche ambientali, che avrebbero bisogno di essere esaminate ed approfondite, invece, con la dovuta cautela.
L’Autore si riferisce, in particolare, all’uso inflazionato delle parole ecomafia e incendio.
Per leggere tutto l’articolo, clicca qui


Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (V)

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Prosegue l’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!
Il post precedente
ci ha proiettato verso i risultati della ricerca condotta dal centro di scienze dell’invecchiamento dell’Università di Chieti al fine di quantificare la presenza in frutta e ortaggi di polifenoli e flavonoidi.
Ricerca che – senza entrare nei dettagli – ha mostrato l’enorme differenza esistente nei livelli di licopene fra i pomodori “artificiali” (raccolti verdi, e maturati successivamente) e i pomodori….pomodori!

LA ROTTURA DELLE SICUREZZE DELL’AGRICOLTURA INDUSTRIALE
Altro argomento, altra interconnessione….

Adesso Piero Riccardi intervista Claudio Caramadre, agricoltore da più generazioni, diventato agricoltore industriale per “necessità”, e riconvertitosi all’agricoltura tradizionale, non appena si è accorto degli effetti sulla biodiversità dell’uso indiscriminato dei diserbanti, e le sue sue sicurezze, al riguardo, avevano cominciato a vacillare…

Caramadre ci tiene a far notare la differenza fra il suo terreno, riconvertito a coltura tradizionale, e quello del vicino, ostinatamente succube della chimica
“Guarda la differenza tra questi due terreni – dice Carama
dre – quando ho cominciato la conversione al bio avevo un terreno tutto come questo, sostanza organica media intorno allo 0,3, 0,4%; adesso mi sono avvicinato all’1%.
È un terreno vivo, mentre questo è più simile al polistirolo che non alla terra: questo è l’elemento che fa la differenza tra agricoltura biologica e agricoltura convenzionale.

La chimica, presupponendo il fatto che tutto quello che serve alla vita della pianta può essere prodotto da un’altra parte, trasportato lì e immesso nel terreno, praticamente ha ridotto il terreno a non essere più vitale, perché tanto non gli serve la propria vita, basta che gli metti i fertilizzanti.

Questo significa che nel momento in cui l’industria smetterà, per un qualsiasi motivo, di produrre i fertilizzanti, avremo distrutto la vita in tutti i terreni…
"

I PARADOSSI CAPITALI DELL’AGRICOLTURA INDUSTRIALE
Il professor Piero Bevilacqua, storico dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha elaborato la teoria dei paradossi capitali dell’agricoltura industriale chimica, quella che lui stesso ha definito una partita di giro truccata.

"I concimi chimici – spiega il Professore – diversamente da quanto era accaduto in tutta la precedente storia dell’umanità, non fertilizzano più la terra ma fertilizzano direttamente la pianta.
La concimazione chimica ripetuta nel corso di decenni finisce con l’impoverire la sostanza organica nel terreno, finisce con il favorire l’accumulo di metalli pesanti, il terreno si isterilisce, diventa pesante e naturalmente la pianta vive in un habitat artificiale, questa pianta può sopravvivere solo se costantemente medicalizzata".

Piero Riccardi fa il punto della situazione: “questa della sostanza organica è la partita attorno la quale si gioca il futuro dell’agricoltura sostenibile.
La perdita di sostanza organica nei terreni è una delle più grandi fonti di produzione di gas serra perché è proprio la sostanza organica a trattenere il carbonio prodotto dalla fotosintesi delle piante.
Arare, diserbare, fertilizzare chimicamente, significa liberare di nuovo nell’aria quel carbonio. Un grammo di carbonio liberato ne produce 3,6 di CO2.
Prima dell’avvento dell’agricoltura industriale il suolo agricolo italiano conteneva in media 130 tonnellate per ettaro di carbonio, oggi meno di 70, significa che negli ultimi 50-100 anni, l’agricoltura intensiva ha prodotto 80 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, un quinto di quanta se ne produce in Italia in un anno”.

(continua)


Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (IV)

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Prosegue l’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!

Il
post precedente si
concludeva con una domanda: il modello di consumo…imposto dalla Grande distribuzione ci fa effettivamente risparmiare?

Milena Gabanelli
riassume, con il suo solito stile, conciso e denso, quanto detto fin qui:
“Abbiamo visto che le carote, per esempio, al produttore vengono pagate 7 centesimi al c
hilo (tra parentesi poi ci chiediamo perché chi raccoglie frutta e verdura viene pagato una miseria e in nero), e poi le carote arrivano al negozio ad un prezzo 20 volte superiore.
Ma chi lo stabilisce il prezzo?

Dovrebbe essere il mercato, ma quale mercato non si è capito, perché al mercato tutti dicono "il prezzo lo fa la Grande Distribuzione", che controlla il 70% del venduto...
Quindi dovrebbero essere prezzi bassi, invece l’indagine conoscitiva dell’autorità garante per la concorrenza e il mercato dice " i prezzi al consumo nei supermercati, comparti
ortofrutticolo, risultano sensibilmente superiori a quelli del mercati di quartiere".

LA CREAZIONE DI ASPETTATIVE (E DI PREZZI)
Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione, pone l’accento sul “problema culturale”, legato al fatto che, dopo aver creato delle aspettative nei clienti, “loro” si propongono di assecondarli:
“il non voler mangiare per forza o consumare le fragole a Natale non è un discorso che può essere imputato alla Grande Distribuzione – ultimo anello della catena – che vende le fragole”.
È un problema che riguarda il desiderio delle fragole che vengono prodotte o in serra o in altri paese europeo oppure mondiale quindi noi diamo il prodotto al nostro cliente […]
Noi lo facciamo perché è nel nostro dna, il nostro oggetto sociale, noi facciamo i commercianti, per cui, d’altra parte non è che possiamo disciplinare per legge quelli che sono i desideri….”

Discorso culturale a parte, e ritornando ai prezzi, Pietro Riccardi fa notare al suo interlocutore che “queste carote costano 8 e 76 al chilo, siamo andati qui vicino a Latina e le carote al produttore vengono pagate 7 centesimi. Come fa ad aumentare così tanto da 7 centesimi alla produzione a 8 e 70 al chilo”?

La risposta, laconica, tende a sottolineare l’importanza del servizio insito nel prodotto stesso, assolutamente enorme, e va dalla “quantità di tempo che non fa spendere alla massaia nell’acquisto, alla quantità di tempo c
he non fa spendere alla massaia nel lavaggio, nel tagliarle e nel fare tutti quelli che sono gli atti quotidiani. Adesso purtroppo il tempo è tiranno per cui si preferisce, in alcuni casi, spendere più in servizio che non nel prodotto”.

La differenza in un gesto: “a noi il gesto di grattugiare ci prende qualche istante.
Quello che c’è dietro la scatola di carote grattugiate invece sono trasporti, plastica, energia e infine pure lo smaltimento della confezione nel termovalorizzatore.

Qual è la logica economica di tutto questo?”

LA “LOGICA” DIETRO L’INCREDIBILE SPRECO
Della logica che sta dietro a questo incredibile spreco abbiamo già parlato nel primo di questa serie doi post….
Paolo Barberini, parlando di "logica", "tira fuori" il consumo intelligente, evidenziando che “non è vietando il consumo che si da la possibilità al pianeta di sostenersi, secondo me è incentivando i consumi intelligenti che abbiamo la possibilità di sostenerci”.
Tuttavia, incalzato da domande sempre più stringenti, ammette che, nel palcoscenico nel quale tutti recitiamo un copione “assolutamente dettato”, lui “questo” (si riferisce al fatto che utilizza la passata di pomodoro, in inverno, anziché mangiare i pomodori d’inverno) non glielo posso dire, se no ammazzo il mercato!”

LA PRECARIA DISINFORMAZIONE
"Le riviste che ci danno indicazioni sulle proprietà di questo o quello per mantenerci sani, o per ritardare i segni dell’età – riassume la Gabanelli vendono parecchio, quindi la salute ci è cara.
Le carote
fanno bene alla pelle, i pomodori contengono il licopene che combatte i radicali liberi.
E noi giù a comprare
carote e pomodori.
Quello che non si scrive mai è in quali condizioni il prodotto mantiene le sue
caratteristiche.
Le carote grattugiate vendute nella vaschetta di plastica o l’insalata già lavata e in busta hanno perso le loro proprietà, è quasi come mangiare niente.

Presso il centro di scienze dell’invecchiamento dell’Università di Chieti è stata fatta una ricerca per quantificare la presenza in frutta e ortaggi di polifenoli e flavonoidi, quegli antiossidanti dalle proprietà antitumorali per i quali bisogna mangiare frutta e verdura.
Cosa hanno fatto? Sono andati al mercato e hanno fatto la spesa, cioè hanno analizzato gli stessi prodotti che poi finiscono sulla nostra tavola, per vedere che cosa c’è dentro.

Per esempio hanno preso i pomodori, dalla catena corta, cioè quelli raccol
ti oggi maturi, e venduti domani o dopodomani nei mercati rionale, e i pomodori verdi”.
Qual è il risultato della ricerca?


(continua)


Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (III)

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(segue da)

Prosegue l’analisi dell’approfondita puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, intitolata “Buon appetito!

Nel post precedente
si concludeva evidenziando i risultati di uno studio statunitense, il quale ha
dimostrato che “spesso” il prodotto è soltanto un pretesto per venderti un imballaggio.

I COSTI “NASCOSTI”

Più analiticamente, precisa Pietro Riccardi, “per produrre un chilo di questa plastica con cui ci han
no venduto una manciata di prezzemolo tritato o 500 grammi di pomodori si consumano 17 chili e mezzo di acqua, un po’ di petrolio, una spruzzata di zolfo, una di monossido di carbonio e 2 chili e mezzo di CO2, quella che fa crescere il gas serra.
Ma prima ancora dobbiamo calcolare i costi di estrazione del petrolio, il trasporto in raffineria, le varie lavorazioni in fabbriche diverse e ad ogni fase un nuovo trasporto. E poi quella plastica diventa subito un rifiuto e bisogna smaltirla. E allora prodotti che sono un pretesto per vendere un imballaggio".


I “PREZZI DI MERCATO”…

Ma quanto vale il prodotto?
"Ad esempio, di questa confezione di carote grattugiate che ho pagato 8 euro e mezzo al chilo, quanto va a chi lo ha prodotto nel campo, al contadino?”

Da un’indagine condotta in una delle zone agricole più fertili, a sud di Roma, è emerso che le carote,
ad esempio, vengono pagate all’incirca 7 centesimi al Kg…prezzo stabilito dal “mercato” in modo insindacabile…(il “mantra della legge di mercato”…che stabilisce, oltre al prezzo, anche le modalità e i tempi di produzione; cfr. prima parte)

…E LE CONSEGUENZE DELL’AGRICOLTURA CONVENZIONALE
Nei terreni, a forza di fare monocoltura – dettata da esigenze di mercato, per
aumentare la produttività… – l’elemento naturale ha reagito, “riempiendo il terreno di nematodi, i pionieri della vita, cioè quelli che dopo la colata lavica o dopo il disastro vanno a colonizzare”.
Il problema è che si nutrono delle radici delle piante, e la chimica si rivela un’arma non così efficace, oltre che dannosa…
In definitiva: massicce dosi di dicloropropene; sterilizzazione della terra; nematocidi sempre più resistenti; ulteriore aumento delle dosi di fumiganti…
Per produrre: carote. Carote a un certo prezzo.
Ma, alla fine, chi è questo “mercato” che stabilisce i prezzi?

I “PREZZI DI MERCATO”…E IL RUOLO DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE
Il prezzo come si fa?
Risponde Giuseppe La Rocca, Presidente del MOF
, il più grande mercato orto frutta d’Europa
“Diciamo il mercato non è più il luogo come 20 anni fa, 30 anni fa, dove effettivamente si faceva il prezzo” ...
Certo il prezzo lo si fa quotidianamente nel mercato, però…
Però, in un “clima di globalizzazione”, è ovvio che il prezzo non sia più fatto, specificatamente, all’interno del mercato…

Un lungo giro di parole per dire che
il prezzo viene stabilito anche dalla Grande Distribuzione quando fa dei contratti direttamente con i fornitori.
Pietro Riccardi cerca di “mettere ordine” a questo vortice di “parole vuote”…
"Insomma, cerchiamo di capire chi stabilisce il prezzo e tutti ci dicono il mercato, ma nel più grand
e mercato orto frutta d’Europa invece, il presidente ci dice imbarazzato che sì, il prezzo dovrebbero farlo loro, perché sono appunto il mercato, ma in effetti a farlo è la Grande Distribuzione"...
Mai “toccata” - si lamenta il Presidente del MOF, dalle inchieste televisive.


Report lo accontenta, ed entra.

Per verificare.

“La Grande Distribuzione, abbiamo capito – prosegue la Gabanelli dallo studio – non passa dai mercati generali, che vendono sempre meno […], ma fa accordi con il produttore, che deve essere in grado di produrre sempre, tutto l’anno, le stesse cose e in grandi quantità. Anche nelle nostre serre si produco tutto l’anno pomodori, peperoni o fragole ma molto spesso nei supermercati vediamo che questi prodotti arrivano dall’Egitto, dalla Spagna o dal Marocco, cioè da quei paesi dove il processo di industrializzazione dell’agricoltura è più spinto”


Ma si risparmia?

(continua)


Rassegna Stampa: “La Stampa” di lunedì 21 aprile 2008. Una dieta senza carne come arma contro la CO2

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In questi giorni si parla molto del ruolo del cibo nel determinare l'aumento dei gas serra e, di conseguenza, dell'inquinamento e del riscaldamento globale (puntata di Report di domenica 13 aprile 2008, “Buon appetito!”; articolo apparso su “La Stampa” di giovedì 17 aprile 2008, intitolato “Da Coldiretti la top ten dei cibi "spreconi" ).

Anche oggi, 21 aprile 2008, “La Stampa” di Torino pubblica un interessante articolo che tratta lo stesso tema: “Una dieta senza carne come arma contro la CO2 - Si “risparmia” un impatto pari a 1.800 km in macchina” (lo stesso articolo è reperibile sul sito de “La nuova Ecologia- testo in inglese)

”Inutile cercare primizie locali nei mercati meglio diventare vegetariani, la carne rossa pare essere la vera “nemica” dell’ambiente.

È il risultato di uno studio pubblicato dalla rivista Environmental and Science and Technology,
da cui è emerso che, la dieta «locavora», cioè basata su prodotti che abbiano percorso il minor numero di chilometri possibile, produce benefici sopravanzati enormemente da un solo giorno da vegetariani.
Lo studio di Christopher Weber dell’università americana Carnegie Mellon ha calcolato l’intero ciclo di vita della produzione dei cibi, cercando di separare i contributi di ogni fase, dalla produzione alla tavola.

Il risultato principale è stato che il trasporto contribuisce solo per l’11% al totale delle emissioni prodotte mentre, la produzione agricola o industriale, è responsabile dell’83% delle sostanze che causano il riscaldamento globale.

«A questo risultato si a
rriva tenendo conto di tutti i gas serra prodotti - spiega Weber - per gli allevamenti.
Ad esempio c’è anche un contributo del metano prodotto dal metabolismo degli animali e degli ossidi di azoto rilasciati dai fertilizzanti usati per coltivare il foraggio».
La principale responsabile delle emissioni risulta essere la carne rossa, da cui deriva il 31% dei gas serra, mentre i latticini contribuiscono per un altro 18%.
Minore il peso di carne di pollo e pesce (11%) e verdure (9%).
Lo studio ha anche calcolato i benefici dei vari tipi di diete, da cui è venuto fuori che i “locatori” sono meno amici dell’ambiente dei vegetariani.
Una dieta “locavora”
produce un impatto pari a 1.500 chilometri in meno in automobile, mentre il semplice spostarsi per un giorno dalla carne rossa al pollo o al pesce ne risparmia circa mille.
La pratica migliore è mangiare verdure: in un solo giorno della settimana si risparmiano 1.800 chilometri.

Questo studio conferma i risultati di diverse ricerche focalizzate solo sui singoli prodotti.

Recentemente ad esempio è emerso che per un consumatore britannico è meglio dal punto di vista dell’impatto ambientale acquistare pomodori spagnoli piuttosto che quelli prodotti nelle serre riscaldate inglesi.

Anche sulla pericolosità per l’ambiente della carne rossa non ci sono dubbi: in un articolo pubblicato dalla rivista Nature in occasione della giornata mondiale dell’acqua si segnalava che per ogni chilo di carne si consumano 15 mila litri d’acqua, un dato preoccupante soprattutto se, come sta avvenendo, anche paesi come la Cina e l’India si avvicineranno a diete occidentali.

La ricerca però non ha convinto Sage van Wing, la scrittrice che tre anni fa ha coniato il termine “locatori”: «lo studio è interessante - ha dichiarato la leader ambientalista alla stessa rivista - ma io continuerò a comprare locale, prima di tutto perchè posso controllare come lavorano i produttori».


Rassegna stampa: Earth Day 2008, Call for climate. Jovanotti scrive su “La Repubblica”

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Domani, come ogni 22 aprile, da 38 anni a questa parte, è l’”Earth Day”.


Il 22 aprile 1970, infatti, il senatore statunitense Gaylord Nelson, scosso dal disastro petrolifero di Santa Barbara, riuscì a unire venti milioni di cittadini americani in un appello per la salvezza del nostro pianeta.

L’obiettivo generale dell’evento è quello di promuovere la conservazione dell’ambiente in cui viviamo e la sostenibilità delle politiche di sviluppo; di sensibilizzare al contempo l’opinione pubblica e sollecitare un cambiamento nei comportamenti individuali (per un approfondimento, clicca qui).

In occasione di questo importante evento, su "La Repubblica"
di oggi è stato pubblicato un interessante articolo di Jovanotti, "Musica e piccoli gesti per il futuro di tutti", che di seguito riporto.

"NON sono Al Gore...
In realtà io faccio una vi
ta piuttosto normale, insieme alla mia famiglia semplicemente cerchiamo di rispettare l'ambiente nei piccoli gesti quotidiani.
Io sono, per carattere, non catastrofista. Cercherei di fare un ritratto abbastanza positivo della situazione.

Ci sono dei segni molto positivi che stanno arrivando: pensate quanto è cambiata la coscienza ecologica negli ultimi 10 anni. È cambiata veramente tanto.
Ci sono anche dei segni che ci indicano che abbiamo preso la strada sbagliata: come la tendenza ad antropomorfizzare la natura.
Questa idea che la natura è una specie di parente che ogni tanto bisogna andare a trovare non è una idea sana secondo me: la natura è tutto.

Siamo passati dal futuro come promessa, al futuro come minaccia.
E questa è la vera forma di resistenza che noi dobbiamo portare avanti: cercare di tornare, di recuperare una visione del futuro come promessa e non del futuro come minaccia.


Io vengo dal rap: dalla musica più urbana che c'è. Però, a maggior ragione, nascendo dalle città il rap ha una grande ansia, ha una forte anelito verso il corpo, verso comunque l'essere naturale.
E questa secondo me è l'esigenza di una comunità cresciuta in una condizione totalmente urbana che per forza di cose va a cercare una natura dentro di se, attraverso un tipo di musica.


Questa ricerca di un senso di giustizia da parte di molti artisti secondo me ha a che fare semplicemente con il fatto di essere artisti.
Perché nella musica a volte si intravedono mondi perfetti.
Nella musica si intravedono mondi equilibrati. Un artista
come Bono, che è un grande artista, che vive momenti di estasi dentro gli stadi pieni di gente che lo amano, ha visto quell'energia e quel momento di utopia sospesa tante volte. Quindi si muove in quella direzione, spendendosi in prima persona e credo con dei risultati eccezionali. Tutto questo fa sì che lui porti tutto questo bagaglio e lo faccia diventare politica.

Politica in una maniera moderna, alla maniera sua. Dopodiché da lì il passo è breve per capire che tutto è collegato: la povertà di gran parte di questo pianeta ha a che fare con la distruzione sistematica degli ecosistemi del nostro pianeta.

Sicuramente c'è un grosso movimento. Io per esempio sono amico di Ben Harper, se ne parlava proprio qualche giorno fa di questa aria che sta venendo fuori attraverso di lui, attraverso gente come Jack Johnson che ha scritto sul suo disco "Questo disco è stato realizzato interamente con energia solare".

Ho chiesto all'Enel di fare un lavoro per l'emissione zero di anidride carbonica durante la mia tournée. Calcoleranno, con una onlus che offre questo tipo di servizio, una media di emissioni.
Non solamente relativa alle mie macchine, agli spostamenti del camion e all'elettricità prodotta dal concerto, ma anche alle macchine del pubblico che arriverà. Quindi tutte le emissioni prodotte da un mio concerto.
E faranno progetti di riforestazione nella provincia dove avviene il concerto.


Come genitore penso veramente che le cose cambieranno.
Rispetto alla coscienza ecologica stanno già cambiando. Stanno cambiando anche in questo momento. In fondo ciò che è utile diventa automaticamente bello.
Io vorrei vedere i nostri centri storici pieni di pannelli solari, perché sono molto belli.
È la funzione che esercitano che li rende belli. Così come il corpo di una donna è bello perché è riproduttivo, allo stesso modo è interessante tutto quello che ha a che fare con l'ecologia oggi perché ci fa venire in mente la riproduzione della nostra specie, la sopravvivenza della nostra specie.

Tutte queste eliche lungo i nostri crinali all'inizio disturbavano un po', adesso sempre meno. Tra un po' sarà bellissimo vedere un crinale con le eliche per l'energia eolica. Così come, probabilmente, negli anni '50 e '60 un "signorotto" passando davanti ad una delle fabbriche che sbuffavano fumo avrà pensato: "Che meraviglia il mondo moderno!".

Dobbiamo andare un futuro in cui non c'è più l'Earth Day, ma è tutti i giorni Earth Day".


Per un approfondimento sull'Earth Day:
http://ww2.earthday.net/
http://www.earthsite.org/
http://www.earthday.gov/


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