Il Programma Life compie trent'anni e intanto l'Earth Overshoot Day 2022...

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Il Programma Life, lo strumento di finanziamento dell'UE per tutelare e ripristinare la biodiversità e contrastare il cambiamento climatico compie 30 anni. Al momento è in corso il programma LIFE 2021/27 ed a metà maggio 2022 è stata aperta la "call for proposal 2022" che consentirà di presentare progetti tra settembre e marzo prossimo. Il trentennale è un anniversario importante, induce a tracciare un bilancio di efficacia senza sconti di questo programma, che nel tempo ha permesso di recuperare molte aree dei Paesi UE  salvaguardando specie animali e vegetali, interi habitat insomma. Tuttavia, occorre migliorare - aumento dei progetti finanziabili, maggiore presenza di progetti per l'Italia e tutela della biodiversità marina sono solo tre punti su cui occorre lavorare ancora - anche alla luce di un altro appuntamento annuale, quello dell'Earth Overshoot Day, sempre più in anticipo, anno dopo anno dopo anno. 

Ricordiamo che l'Earth Overshoot Day è il giorno, in cui (una parte de) l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che la natura è in grado di produrre in un anno solare. L'Earth Overshoot Day 2022 internazionale è caduto ieri 28 luglio, mentre quello italiano è stato raggiunto il 15 maggio. A partire dagli anni 70, la data cade in progressivo anticipo rispetto al 31 dicembre, e soltanto nel 2020, anno di diffusione su scala globale della pandemia da Covid-19, l'Overshoot day ha avuto un sensibile arretramento attestandosi al 22 agosto; nel 2021, con il progressivo ritorno alle normali attività quotidiane, l'orologio ha ripreso la sua corsa. 
Quindi continuiamo a vivere al di sopra delle nostre possibilità, consumando più risorse naturali di quelle che dovremmo, senza lasciare il tempo al Pianeta per rigenerarle. Ecco che cosa scrivevamo su questo blog nel "lontano" 2008: 

"Solamente dopo 9 anni, nel 1995, già a partire dal 21 novembre, la quantità di risorse andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi.
Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre.
Quest’anno, come anticipato, la data è stata anticipata al 23 settembre.
Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, di questo passo nel 2050 si arriverà alla scadenza anticipata del 1° Luglio, ovvero si avrà bisogno di un secondo pianeta per soddisfare i capricci insostenibili degli esseri umani".

Anche la battaglia che si combatte per contrastare questo pericoloso trend è ormai di lungo corso, e il progetto Life ne è oggi soltanto un tassello, per fortuna! Come dicevamo, lo scorso 17 maggio la Commissione europea ha effettuato le “Calls for proposals”, gli “inviti a presentare proposte” per progetti/azioni LIFE per l’anno 2022, stanziando 598 milioni di euro per progetti/azioni di conservazione della natura, protezione dell’ambiente, azione per il clima e transizione verso l’energia pulita. Il budget inizialmente preannunciato è stato aumentato.

Gli “Inviti a presentare proposte” per il 2022 co-finanzieranno progetti/azioni nell’ambito dei 4 sottoprogrammi previsti da LIFE:
  • natura e biodiversità (per un totale di 242 milioni di €);
  • economia circolare e qualità della vita (per un totale di 158 milioni di €);
  • mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici (per un totale di 99 milioni di €);
  • transizione all’energia pulita (per un totale di 98 milioni di €).
E' evidente però che occorre fare di più: i modelli e le strategie per contrastare il cambiamento climatico devono orientare la pianificazione politica e industriale: un ambientalismo pragmatico, attuato da tutti anche se comporta sacrifici o rinunce, perché non c'è più tempo. 



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Il lato green dell'HSE management, il nuovo e-book di Andrea Quaranta

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E' disponibile da pochi giorni sul portale shop.wiki.it il nuovo e-book di Andrea Quaranta 
"Il lato green dell'HSE management - Come creare un business duraturo adottando la sostenibilità come modello gestionale"

Partendo dalla propria esperienza personale: "...con il tempo il mio raggio di azione come giurista ambientale si è notevolmente ampliato, soprattutto dal punto di vista gestionale: oggi progetto, implemento e coordino sistemi di gestione integrati ambiente e sicurezza: sono diventato, quello che oggi si definisce un HSE manager freelance", l'autore pone un raffronto tra le professioni del consulente ambientale e dell'RSPP, lungo la strada che porta all'HSE management. E lo fa partendo da alcune qualifiche più o meno altisonanti ed originali che si sentono in giro, come QEHS/QEEHS, QEEHSS managers, service delivery manager ecc. 

Sulla base dell'esperienza dell'autore Andrea Quaranta, "emerge un quadro sconcertante sull’approccio alle tematiche ambientali, dal punto di vista della compliance, in senso lato, e delle sue componenti: scarsa consapevolezza, scarsa conoscenza del contesto e del dato normativo, incapacità di cogliere gli intrecci con il “settore” della sicurezza”, considerazione delle sostenibilità come un orpello, del digitale come un’esagerazione, delle competenze come qualcosa di meramente nozionistico, didattico. Solo per fare alcuni esempi". Insomma, i mondi “HS”, da un lato, e quello della “E”, dall’altro, sembra che fatichino molto a parlarsi e di conseguenza non riescono a lavorare in modo integrato, e quindi efficiente ed efficace.

Ripercorrendo la c.d. storia giuridica della figura dell'RSPP a partire dagli anni '80, l'autore illustra il rapporto di tale figura sia con le diverse professionalità che rientrano nelle consulenze ambientali sia con l'HSE management. Nel 2018, la norma UNI 11720:2018 ha finalmente definito i requisiti relativi all’attività professionale del Manager HSE, un professionista che ha delle conoscenze, abilità e competenze che dovrebbero garantire la gestione complessiva e integrata dei processi e sotto processi in ambito HSE.

Segue un focus volto a spiegare le differenze tra il ruolo di RSPP e quello di HSE manager sottolineando come la crescente necessità di integrazione, all'interno di sempre più aziende, della compliance normativa negli ambiti salute, sicurezza e ambiente, rappresenti un’importante sfida per l’HSE Manager, che al di là delle conoscenze, delle abilità e delle competenze che la norma disciplina con dovizia di particolari, ha un ruolo - che è qualcosa che va ben oltre queste ultime - fondamentale non solo all’interno della realtà nella quale opera, ma anche all’esterno.




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La scuola che verrà: migliore qualità dell'aria nelle aule e mobility manager scolastico, forse...

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Due articoli pubblicati sul portale Teknoring hanno per argomento la scuola che verrà, che sarà (si spera!) diversa da quella attuale, negli ultimi tempi assai spesso messa sotto i riflettori; riflettori che durante la pandemia da Covid-19 ne hanno evidenziato sia le carenze strutturali, dovute all'endemica mancanza di  politiche di investimento, sia l'energia e la voglia di fare per superare la pandemia ed andare avanti migliorando.

Qualità dell'aria nelle scuole

Il primo articolo riguarda il tema dibattuto della qualità dell'aria negli edifici scolastici: in molti ritengono che migliorando la qualità dell'aria vi sarebbe una riduzione significativa della circolazione del Covid-19 con conseguente abbassamento dei contagi soprattutto in fasce d'età a rischio, sia perché non è possibile mantenere la mascherina (scuola dell'infanzia), sia perché la campagna vaccinale procede a rilento (scuola primaria). 

Un tassello importante da introdurre nel dibattito è costituito dalla nuova Prassi di riferimento (UNI/PdR 122:2022) sul monitoraggio della qualità dell’aria negli edifici scolastici e sugli strumenti e strategie di campionamento ed interpretazione delle misure.

"La UNI/PdR presenta obiettivi diversificati:
  • definire una procedura operativa semplificata per il monitoraggio e il controllo della qualità dell’aria attraverso il monitoraggio di alcuni parametri indicatori (la procedura è applicabile in autonomia dai gestori degli edifici, senza l’appoggio di un laboratorio di prova);
  • definire le procedure, che il gestore può seguire, in caso di affidamento di monitoraggio a un laboratorio di prova: comprensione della problematica, come affidare l’incarico, quali parametri misurare, valutare e interpretare i risultati delle prove commissionate".
La prassi è stata sviluppata nell’ambito del Programma di Cooperazione Interreg V-A Italia-Svizzera, QAES (Sviluppo di nuovi standard per il miglioramento della qualità dell’aria e dell’ambiente interno delle scuole), che "affronta il problema della scarsa qualità dell’aria e dell’ambiente interno negli edifici scolastici e delle relative ricadute in termini di salute e capacità di apprendimento”.

Mobility manager scolastico

Il secondo articolo concerne la figura e le competenze del mobility manager scolastico: anche in questo caso, si può dire che negli ultimi mesi il trasporto scolastico sia stato sotto i riflettori per le ricadute che indubbiamente ha sulla necessità di calmierare il trasporto locale nelle fasi più difficili della pandemia.

La notizia in questo caso è data dal fatto che il Ministero dell’istruzione ha emanato le Linee Guida per favorire l’istituzione del mobility manager in tutti gli istituti scolastici, linee guida attese da circa sei anni!

Ricordiamo in proposito che questa figura è stata introdotta dalla legge n. 221/2015 (art. 5, comma 6), con il compito di “organizzare e coordinare gli spostamenti casa-scuola-casa del personale scolastico e degli alunni; mantenere i collegamenti con le strutture comunali e le aziende di trasporto; coordinarsi con gli altri istituti scolastici presenti nel medesimo comune; verificare soluzioni, con il supporto delle aziende che gestiscono i servizi di trasporto locale, su gomma e su ferro, per il miglioramento dei servizi e l’integrazione degli stessi; garantire l’intermodalità e l’interscambio; favorire l’utilizzo della bicicletta e di servizi di noleggio di veicoli elettrici o a basso impatto ambientale; segnalare all’ufficio scolastico regionale eventuali problemi legati al trasporto dei disabili”.

Il Ministero dell’istruzione avrebbe dovuto approvare, entro 60 gg dall'entrata in vigore della L 221, specifiche linee guida per favorire l’istituzione in tutti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, della figura del mobility manager scolastico, “scelto su base volontaria e senza riduzione del carico didattico, in coerenza con il piano dell’offerta formativa, con l’ordinamento scolastico e tenuto conto dell’organizzazione didattica esistente”

Tuttavia, nella seduta del 23 novembre 2021 il CSPI (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione) ha rilevato come: “sarebbe necessaria la previsione di una figura esterna (o interna, se disponibile, sul modello del Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione) che fornisca una specifica collaborazione a supporto della scuola, dotata delle suddette competenze, formata e adeguatamente retribuita”.


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Arredi urbani green: come cambia il volto delle smart cities?

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Fiore urbano
Come cambia il volto dei centri urbani in epoca di transizione ecologica? Cosa sono gli arredi / elementi urbani green e come cambiano il volto delle smart cities?

La transizione ecologica porta con sé una serie di cambiamenti epocali, la maggior parte dei quali sta avendo un impatto diretto sui nostri stili di vita: dalle modalità di lavoro, a quelle con cui acquistiamo le merci ed i servizi, o con cui ci spostiamo. A questi, occorre aggiungere delle innovazioni che riguardano il volto delle nostre città: la presenza crescente di soluzioni di arredo green che hanno un impatto misurabile dal punto di vista energetico.

Le città hanno bisogno di ridurre le emissioni inquinanti, prodotte per esempio dagli impianti di riscaldamento e dai veicoli circolanti; hanno inoltre bisogno di ridurre l'inquinamento acustico, il rumore, che ha più effetti dannosi sulla salute di quanto la maggior parte di noi sospetti. Hanno inoltre necessità di aumentare e rendere attraenti e funzionali gli spazi verdi, per permettere a tutti di respirare un'aria più pulita ed al tempo stesso di spostarsi con mezzi alternativi all'automobile. 

Inoltre, è molto importante ricreare il senso di comunità, messo a durissima prova negli ultimi anni, a causa della pandemia da Covid19 e prima ancora dalla crisi economica. I nuovi arredi urbani spesso coniugano soluzioni green & digitali, che si possono connettere ad i nostri dispositivi, dandoci per esempio la possibilità di ricaricare il pc, il telefono o la nostra bici elettrica mentre sostiamo su una panchina a leggere un libro.

Perché una città sia una smart city è importante non soltanto una connettività estesa e la presenza di collegamenti efficienti di superficie e non, ma è fondamentale che riduca le proprie emissioni inquinanti, garantendo al tempo stesso soluzioni gradevoli per l'occhio oltre che funzionali.

City trees
Facciamo qualche esempio: una start up con sede in Germania ha ideato i City Trees (v. immagine accanto), pannelli verticali alti 4 metri e larghi 3, di muschi e piante vascolari, con 2 panchine integrate, che servono per ridurre l'inquinamento atmosferico nelle città in spazi ridotti. Non hanno bisogno di collegamento alla rete elettrica e le piante sono dotate di serbatoi per l'acqua. 

Flo è invece un fiore fotovoltaico (v. immagine iniziale), ideato da un'azienda del bolognese, che può essere utilizzato nelle piazze, nei parchi, sui lidi balneari per fornire diversi servizi ai cittadini: fare la doccia calda dopo una giornata di mare oppure ricaricare biciclette elettriche o ancora per fare esercizio fisico all'aria aperta. Questi arredi sono capaci di generare energia pulita, a partire da fonti rinnovabili, senza inquinare l’ambiente. Non richiedono rete elettrica e connessione dati: l’energia necessaria al funzionamento viene prodotta da pannelli fotovoltaici costruiti e progettati ad hoc per la struttura.

Arredi simili sono le Foglie fotovoltaiche, fatte di pannelli solari, pensate come sculture che si integrano nell'ambiente dove sono inserite. Un altro prodotto è Gastone, una panchina ad anello che può fornire illuminazione notturna, ricarica di smartphone, collegamento WiFi, diffusione sonora, e che può anche essere usata come ufficio urbano e punto di raccolta rifiuti. 

In qualche caso, impianti simili possono essere installati anche in abitazioni private.

Lo spunto per questo post ci è stato ispirato da qui: https://www.prontobolletta.it/news/city-trees/




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Smart working: una miniguida se si sta pensando di richiederlo o di sceglierlo

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Questo articolo è una miniguida sullo smart working o lavoro agile, scritta non solo sulla base della mia esperienza personale ma attingendo anche alle esperienze di amici e colleghi smart worker come me. Certo non pretende di essere esaustiva, ma potrebbe essere utile per chi sta pensando di optare per questa scelta.

L'ultimo post scritto su questo blog, a maggio scorso, parlava del destino dello smart working, ed oggi ricomincio a scrivere sul naturagiuridica.blogspot.com parlandovi proprio di smart working.
Il motivo è che domani entra in vigore la disciplina che regolerà il lavoro agile per i dipendenti pubblici, sia fin tanto che vige lo stato di emergenza (recentemente prorogato al 31 dicembre 2021), sia nella normalità futura.

In questi mesi di pandemia da Covid19, il lavoro agile è stato lo strumento che ha permesso a molte persone di continuare a lavorare, mandando avanti "da remoto" le più svariate attività. 
Nel mio caso personale, durante il primo ed il secondo lockdown, la percentuale di ore lavoro in smart working ha raggiunto il 100% perché non potevo più spostarmi per raggiungere i clienti, specialmente se fuori regione. 
Prima della pandemia, lo smart working era praticato da un ristretto numero di persone, e prima ancora da pochissime persone, ed una di queste ero io: sono uno smart worker da oltre 15 anni


Ma che cosa vuol dire esattamente essere uno smart worker? 

Innanzi tutto, vuol dire ritagliare uno spazio dedicato al lavoro all'interno del proprio domicilio; durante l'orario di lavoro dobbiamo evitare che quello spazio sia invaso da qualsiasi distrazione come figli da accudire o amici che bussano alla porta e, soprattutto in previsione di "call" e riunioni varie, occorre presentarsi davanti al video con un aspetto ordinato, come se fossimo nella nostra sede di lavoro. 

Significa anche però sdoganare le ciabatte sotto la scrivania, la pausa caffè un pochino più calma e dolce, circondati dalle proprie mura domestiche. Vuol dire anche avere a disposizione una giornata più lunga, per lavorare e non solo, poiché restano a disposizione anche le ore normalmente dedicate agli spostamenti casa - lavoro; come conseguenza di ciò, potremo vedere drasticamente diminuire le spese dedicate al carburante ed alla manutenzione della macchina (anche se la batteria dell'auto potrebbe riservarci qualche scherzo se la teniamo troppo ferma...). 
E la produttività? I primi dati sono stati recentemente pubblicati, ma sono ancora controversi: si parla di un aumento della produttività fino al 13%, ma persiste una certa opinione che vede di malocchio il dipendente pubblico in smart working, perché si pensa che non lavori quanto dovrebbe.
Per essere uno smart worker non troppo stressato d'altronde occorre acquisire una certa auto-disciplina: vi deve essere una scansione delle attività durante la giornata, una separazione tra ore di lavoro ed ore di svago o dedicate alla vita familiare: quando i bimbi e il coniuge tornano a casa, sarebbe importante dedicarsi completamente a loro, e non avere un occhio e un orecchio protesi verso il proprio dispositivo.


Smart Cities?

Con la diffusione capillare dello smart working dovuta ai lockdown, le città sono diventate più  silenziose, gli spostamenti in auto sono diventati più agili ed il cielo è ritornato un pochino più limpido, ma coloro che gestiscono le attività di ristorazione veloce, bar e simili, o altri servizi, come per esempio i parcheggi, hanno perso di colpo la propria clientela. 

Inoltre, a chi non è mai capitato di fare un giro di shopping appena usciti dall'ufficio, o incontrare gli amici per l'aperitivo! Ecco, un fattore che spesso viene citato poco quando si parla di smart working è il senso di solitudine: dopo gli scambi di mail, chat e telefonate con i colleghi ed i capi, a fine giornata ci si ritrova soli davanti al dispositivo spento. Lavorando in smart warking è fondamentale ritagliarsi nuovi momenti di socialità, che siano per esempio il ritorno fra le mura dell'ufficio per un paio di giorni alla settimana, o una capatina al bar sotto casa, tanto per praticare "relazioni sociali vere", off line. 


Cos'è per me essere smart worker?

Ho scelto di essere uno smart worker per vivere e lavorare nello stesso luogo, un luogo che ho scelto insieme alla mia famiglia per soddisfare le nostre esigenze (abitare in un posto piccolo, non congestionato da traffico e rumore, con tanto verde), e per ottenere più tempo da dedicare a "vivere", senza l'incubo di passare ore e ore imbottigliato nel traffico.

Con la pandemia, a me è capitato di veder aumentare molto il mio lavoro perché mi è stato chiesto di scrivere moltissimi articoli sui cambiamenti che la pandemia ha prodotto nell'ambito, per esempio, della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, per non parlare di ciò che è seguìto alla crisi pandemica: il varo del PNRR e la transizione ecologica... e ciò ha determinato anche la mia latitanza come blogger!

Appartengo cioè a quella platea di lavoratori, molto fortunati, che con l'avvento della pandemia hanno visto incrementata la propria attività, ma sappiamo che molti sono stati assai meno fortunati, perché ricoprono ruoli e mansioni che sono incompatibili con lo smart working ed anche per questo durante i lock down hanno dovuto fermarsi, con gravi danni economici.

Lo smart working del dopo-pandemia

Lo smart working del futuro sarà probabilmente regolamentato da un contratto di lavoro ad hoc, dove saranno concordate da lavoratore e datore di lavoro le modalità del suo svolgimento (le tecnologie, i tempi di lavoro al desk, di reperibilità, ecc) , gli obiettivi da raggiungere, i livelli di produttività ed i progetti che dovranno essere realizzati nel periodo di smart working. 
Lo smart working diventerà una scelta di vita certo, non verrà imposto nell'ambito di misure anti-contagio, ma è comunque una scelta che va attentamente ponderata: sia se va fatta presente e concordata con il proprio datore di lavoro, sia se si vuole svolgere da casa un'attività autonoma, perché non tutti siamo uguali, non tutti lavoriamo nella stessa maniera, non a tutti si addice lo smart working!




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Il destino dello smart working

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Quale sarà il destino dello smart working dopo l'estate?
Il ricorso allo smart working è fortemente condizionato all'andamento della pandemia sotto un duplice punto di vista: nella fase emergenziale è stato esteso il più possibile laddove la tipologia di lavoro lo consentiva; nella fase post emergenza entrerà a far parte in modo più stabile e regolato della vita lavorativa di molte persone, perché non ritorneremo alla vita com'era prima del Covid19 in un batter d'ali: ci vorrà del tempo ed in questo tempo alcune abitudini dovranno necessariamente cambiare. 

A fine luglio terminerà la fase di emergenza dello smart working in cui è di fatto sospesa l’applicazione della legge sul lavoro agile, la n. 81 del 2017. Ciò significa che dal 1° agosto sarebbe necessario stipulare un accordo individuale che regoli lo smart working per ciascun dipendente, anche nel caso in cui sindacato e impresa siglino un accordo aziendale a fare da cornice.
La proroga è arrivata a fine aprile, dopo il tavolo che il ministro del Lavoro ha tenuto con le Parti sociali, e permette alle aziende di far ricorso allo smart working senza dover sottoscrivere un accordo individuale, come invece previsto dalla legge n. 81 del 2017 (Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato). 
Tuttavia, la possibilità concreta di estendere la proroga oltre l’estate e fino al 30 settembre non nasce solo per rendere possibile l’allineamento al possibile raggiungimento dell’immunità di gregge, in seguito all’attuazione del piano vaccinazioni, ma anche per dare alle imprese un tempo adeguato per disciplinare il lavoro agile post emergenza, quando per continuare lo smart working sarà necessario disciplinare il lavoro agile con i dipendenti, senza l’«ombrello» della normativa emergenziale.


E arrivano i mobility manager...

Di certo però a regolare l’uso dello smart working nelle grandi città, con l'obieettivo di gestire il traffico ed evitare assembramenti, ci saranno molti mobility manager, che avranno il compito di rendere le città più vivibili almeno per quanto riguarda i tempi di vita e di lavoro: nei prossimi giorni — ha annunciato il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile — sarà approvato un decreto insieme al ministro della Transizione Ecologica che introduce l’obbligo del mobility manager anche per le città con più di 50 mila abitanti, per le aziende con oltre 100 dipendenti e per la pubblica amministrazione.


L'incognita della regolamentazione

Nel frattempo, al tavolo con le Parti Sociali, il Governo ha preso l’impegno di verificare la possibilità di introdurre strumenti di incentivazione e di estendere la proroga allo smart working fino al 30 settembre.
Nel decreto sulle riaperture dello scorso 26 aprile è contenuta la proroga dello stato di emergenza fino al 31 luglio, decisione che ha conseguenze anche sulla durata dello smart working. La normativa sul lavoro agile emergenziale è stata già prorogata da fine aprile a fine luglio e con ogni probabilità verrà prorogata al 30 settembre.

Come molti hanno sottolineato in questi giorni, difficilmente a ottobre avremo l’immunità di gregge, per cui il rientro al lavoro dovrà tenere ancora conto di una situazione in cui in ufficio potrebbero entrare persone non vaccinate. In alcune aziende americane si sta introducendo una premialità in busta paga per chi si vaccina, un modo per incentivare una sorta di «immunità di gregge aziendale». È in questo contesto sanitario che anche le aziende italiane stanno facendo le loro valutazioni. 

Sul tavolo resta anche un’incognita legata alla regolamentazione. Le parti sociali non ritengono necessaria una revisione della legge sul lavoro agile oggi in vigore, ma soprattutto i sindacati ritengono che dovrebbe essere incentivata la contrattazione aziendale e di categoria. Un’ipotesi in campo è la definizione di un protocollo nazionale sullo smart working firmato dalle parti sociali, sul modello di quello sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma al momento il confronto non è nemmeno iniziato.


Come si orientano i diversi settori del mondo del lavoro che hanno dovuto fare ricorso allo smart working?

Le telecomunicazioni sono per propensione naturale il settore dove lo smart working strutturale si sta diffondendo con maggiore velocità. Le principali compagnie telefoniche continueranno a fare ricorso in maniera sistematica allo smart working (p.e. Ericsson che ha prorogato fino a ottobre 2023 lo smart working per il 100% della popolazione aziendale, incluso i tre centri di ricerca in Italia e le organizzazioni di mercato, impegnate nell’implementazione delle reti 5G su scala nazionale. Tutti potranno lavorare da casa per 12 giorni al mese). Sono già stati stipulati diversi accordi accordi aziendali e per quanto riguarda i call center si sta lavorando a un accordo quadro di settore tra Asstel e i sindacati che introduca un modello ibrido.

Un caso particolare resta quello delle banche, dove appare imprescindibile il rapporto di consulenza alla clientela tutto centrato sulla relazione personale. In vista di ottobre bisognerà negoziare un nuovo equilibrio tra lavoro in sede e lavoro da casa, ma potrebbe non essere un’operazione semplice: il sindacato maggioritario della categoria non è favorevole allo smart working di massa perché può diventare l’anticamera dell’esternalizzazione di alcune funzioni. 


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