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Vivere a impatto zero

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di Naide Della Pelle

L’impatto zero è un modello di vita che punta verso l’azzeramento delle emissioni di CO2.
Le attività umane sono uno dei fattori che influenzeranno i futuri cambiamenti climatici. Questo è un dato accettato - come riporto nell'articolo Piccola Lezione sul clima - anche se, data la complessità e la molteplicità dei fattori che influenzano il clima, non siamo ancora in grado di capire che cosa succederà al nostro clima nei prossimi anni. Possiamo ragionare in termini probabilistici ed ipotizzare una serie di scenari.

Questo però non è un buon motivo per non agire fin da subito, concentrandoci su come ridurre gli effetti dannosi derivanti dalle attività umane, industriali e civili. Fare la spesa o comprare il giornale, prendere l’auto o produrre un bene: tutto quello che facciamo consuma energia.

Le materie prime più usate per produrre energia, attualmente, sono, per lo più, petrolio, carbone e metano che, bruciando, emettono anche anidride carbonica, oggi troppa per il nostro pianeta.
L’anidride carbonica è quella sostanza responsabile principale dell’effetto serra. La CO2 di per se non è un male, perché serve al nostro pianeta per trattenere il calore del sole, impedendo che la temperatura diventi troppo bassa per la nostra sopravvivenza. 
Il punto è che noi ne produciamo troppa, più di quanta noi e il pianeta riusciamo a sopportarne.



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Earth Overshoot Day: l'escalation senza regole e senza freni dei capricci insostenibili dell'uomo

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Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"


Mentre leggevo il post sull’Earth Overshoot Day sul blog di Beppe Grillo, le immagini che scorrevano nella mia mente erano accompagnate dalle note di questa splendida canzone di Fabrizio De Andrè…"Verranno a chiederti del nostro amore"

Un’associazione di immagini, niente di più, probabilmente legata al fatto che gente consumata a farsi dar retta (l’uomo moderno, volendo generalizzare) sta cedendo l’amore (per la natura) un po’ troppo in fretta, tanto per dirne una.

Il 23 settembre 2008, infatti, è stato l’Earth Overshoot Day di quest’anno: il giorno, cioè, in cui (una parte de) l’umanità ha finito di consumare tutte le risorse che la natura è in grado di produrre in un anno solare.

Come a dire che da quella data stiamo già consumando le risorse future, con buona pace dello sviluppo sostenibile, e dell’ingorgo di parole che si spendono per ribadire i soliti mai (mai più comportamenti scellerati, mai più politiche insostenibili, mai più …), e rifugiarsi nell’ipocrisia dei sempre (d’ora in poi lotteremo sempre contro gli sprechi, le ingiustizie, bla bla bla…).

In definitiva: siamo sulla "buona strada" per la bancarotta ecologica.

Il 23 settembre 2008 è la data indicata dal Global Footprint Network fondato da Mathis Wackernagel, l'inventore del concetto di impronta ecologica, un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura, mettendo in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle.

Il Global Footprint network ha sintetizzato il concetto di Overshoot.

Dopo aver paragonato la natura ad una società che, come una società, possiede un proprio budget, l’accento viene posto sul fatto che ogni anno possono essere prodotte solo un tot di risorse e solo una certa quantità di rifiuti può essere assorbita.
Il problema è rappresentato dal fatto che la nostra domanda di “servizi naturali” eccede l’offerta…
Nel 2008 (una parte de) l’umanità ha consumato ben il 40 % in più di quello che la natura era in grado di generare.
In definitiva
this problem -- using resources faster than they can regenerate and creating waste faster than it can be absorbed -- is called ecological overshoot.
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi

Sul sito di You Tube è stata inserita l’intervista a Wackernagel, il quale evidenzia, in estrema sintesi, l’escalation senza regole e senza freni che i consumi hanno avuto negli ultimi decenni, cui è corrisposto il progressivo assottigliarsi delle capacità della Terra di rigenerare le risorse tanto insensatamente delapidate

Sono tre le aree nelle quali – sottolinea Wackernagel – ci dobbiamo concentrare:
La prima è che, come per l'economia, dobbiamo essere coscienti di quanto spendiamo e quanto utilizziamo. Una buona contabilità non salva dalla bancarotta, ma aiuta a capire quanto ci siamo vicini.
La seconda: se si guarda alle infrastrutture costruite oggi o nel passato... le infrastrutture rimangono per decenni. Pensate a come sono costruite le vostre città: questo determina come vivete in queste città, determina per decenni quanto le case consumano.
La terza, è orientare l'innovazione nella giusta direzione. L'innovazione è il miglior strumento per risolvere i problemi, ma se non è concentrata sui problemi giusti questi non verranno risolti. Se abbiamo chiare le questioni da risolvere possiamo raggiungere gli obiettivi dell'innovazione più facilmente e iniziare a investire in questi obiettivi.
L’intervista prosegue ponendo l’accento sull’importanza di riconsiderare i rifiuti non solo dal punto di vista culturale (i rifiuti sono l’inizio, e non la fine, del ciclo), ma anche da quello economico (i rifiuti sono una risorsa) e organizzativo (fondamentale è il recupero attraverso un’adeguata separazione.

L’era dell’Overshoot è cominciata nel 1986, anche se allora ci siamo salvati in zona Cesarini (31 dicembre 1986): di lì in avanti ogni anno la situazione è andata via via peggiorando…

Solamente dopo 9 anni, nel 1995, già a partire dal 21 novembre, la quantità di risorse andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi.
Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre.
Quest’anno, come anticipato, la data è stata anticipata al 23 settembre.
Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, di questo passo nel 2050 si arriverà alla scadenza anticipata del 1° Luglio, ovvero si avrà bisogno di un secondo pianeta per soddisfare i capricci insostenibili degli esseri umani.

I responsabili di questo scempio ecologico sono, naturalmente, i paesi più industrializzati.

Dai dati emerge che se tutto il mondo avesse lo stile di vita Stati Uniti ci vorrebbero 5,4 terre, mentre con quelli del Regno Unito e Germania si scenderebbe rispettivamente a 3,1 e 2,5 terre.
Il dato per L’Italia è di 2,2 pianeti, ci servirebbe cioè Marte e un quinto di Venere per continuare a portare avanti le nostre scellerate abitudini.
Trasferimento su Marte?
Il panorama è desolante.
Tuttavia voglio concludere il post con una bella notizia: una delle tante campagne di sensibilizzazione ad un uso più sostenibile delle risorse.
Si chiama “Sing before the shower”…


Foto n. 1 originally uploaded by willc2



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Rigenerazione oli usati: è bello ogni tanto essere i primi della classe

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Un esempio di come anche nel paese del gattopardo le cose possano funzionare. Basta volerlo

Nel post “Dai bulloni alla teoria dei sistemi aperti”, Naide chiosava dicendo che
apportando alcuni correttivi alla filiera di produzione (ad esempio, utilizzando materiali organici in alcune fasi della lavorazione) si fa in modo che gli scarti prodotti siano a loro volta scomponibili ed utilizzabili come materie prime per altre produzioni.

Nella puntata di Report del 09 marzo 2008, dopo aver parlato del drammatico problema relativo al fatto che, purtroppo, spesso le emergenze ambientali vengono utilizzate come ammortizzatori sociali si è accennato a una buona notizia in questo senso, che vede l’Italia in prima fila, una volta ogni tanto: mi riferisco alla storia di un particolare tipo di rifiuto pericoloso, l’olio lubrificante usato, che può diventare, se opportunamente trattato, un prodotto base per olii lubrificanti nuovi di zecca.

La storia – sottolinea Giuliano Marrucci – “di come sia possibile che questo paese, che ai suoi rifiuti non sa mai che fine fargli fare, in questo gioco di prestigio sia un passo avanti a tutti”.

La Viscolube rigenera l’olio lubrificante usato, un inquinante pericolosissimo, che contiene sostanze tossiche formatesi durante il suo utilizzo e ha una capacità di penetrazione del sottosuolo e, per questo, inquina le falde più profonde.

L’olio esausto, pertanto, deve essere raccolto e recuperato.

Come?
Attraverso 76 imprese private concessionarie del Consorzio Obbligatorio Oli Usati, che in un anno ritirano qualcosa come 250.000 tonnellate di olio esausto, recuperato per il 90%.

Il risultato?
Dalla rigenerazione si ottengono gasolio, bitume, metalli preziosi.

E non si brucia niente: insomma, si risparmiano materie prime, e non si inquina.

L’unico neo riguarda il fatto che viene dato poco risalto a questo tipo di attività: infatti, quando andiamo al supermercato di oli con su scritto “prodotti da basi rigenerate” non c’è traccia.

Un’ultima annotazione: a differenza di altri settori, l’Italia – insieme al Lussemburgo – con l’Europa a 15 è stata l’unico paese a non essere condannata dalla corte europea del Lussemburgo per non aver rispettato la priorità alla rigenerazione sancita dalla direttiva 75.
Tutti gli altri paesi invece hanno ricevuto questa condanna.
È bello ogni tanto essere i primi della classe, significa che quando parte col piede giusto anche questo disastrato paese qualche speranza c’è, e non solo riguardo ai rifiuti…
Ora, siccome il resto d’Europa non è ancora riuscito a trovare una risposta giusta a questo tipo di rifiuto, cosa stanno pensando: stanno pensando di eliminare l’obbligo per gli stati membri di rigenerare l’olio usato. Speriamo che, prima di gettare la spugna, ci prendano come esempio…almeno in questo.


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Economia sostenibile: in Francia ci provano

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L’economia può essere (ri)orientata in modo sostenibile: in Francia il ministro dell’Ambiente Jean Luois Borloo ha deciso di proporre quella che qualcuno ha già ribattezzato “tassa picnic”…

L’idea è quella di “tassare” tutti i prodotti usa e getta (quelli di cui fanno incetta la grande distribuzione e i fast food, tanto per intenderci), per il fatto che, dal punto di vista ambientale, il loro utilizzo ha un costo decisamente superiore rispetto ai prodotti riutilizzabili…

Così tutti i vari tipi di imballaggi, gli imballaggi degli imballaggi, le posate di plastica e via discorrendo diventerebbero meno “comodi”, meno accattivanti, e il grido d’assalto del consumismo fine a se stesso, destinato unicamente a vendere vendere vendere (ripetuto come un mantra, come faceva la Sandrelli in “Non ci resta che piangere”…) si smorzerebbe un po’…

In questo modo si riesce, da un lato, ad educare ecologicamente il cittadino e, dall’altro, a coprire, almeno in parte, i costi legati alla raccolta differenziata e del recupero.

Staremo a vedere se come e quando questa tassa verrà varata (ed applicata…): ma si tratta di un buon punto di partenza, innanzitutto perché si muove per riportare il cittadino nell’alveo di comportamenti più ecosostenibili (sensibilizzandolo all’utilizzo di prodotti riutilizzabili) e, in secondo luogo, perché costringe i colossi del consumismo sfrenato a correggere il tiro, rivedendo politiche dannose per l’ambiente (adottando, ad esempio, sulla scia dei comportamenti eco sostenibili dei consumatori consapevolizzati). Un’idea, insomma, nel senso della sostenibilità, che segue altre iniziative del Governo francese: il bonus malus ecologico per determinate categorie di rifiuti (frigoriferi, scooter, pneumatici, computer, televisori,…); la campagna di sensibilizzazione negli asili per convincere i genitori della bontà dell’utilizzo dei pannolini lavabili in luogo di quelli usa e getta (portata avanti dal sottosegretario all’ambiente Nathalie Kosciusko-Morizet); la tassa sul passaggio dei mezzi pesanti; i prestiti a tasso zero per le aziende verd; gli sgravi fiscali a favore dei cittadini che intendono ristrutturare le proprie abitazioni utilizzando tecnologie volte al risparmio energetico, fino alla discussa tassa sull’obesità, che ha creato più di qualche malumore in aziende che adottano slogan pubblicitari tanti seducenti quanto poco aferenti alla realtà...

Mai sentito parlare di Greenwashing?



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Ecopunto Informativo di Recoplastica. Raccolta differenziata e recupero dei rifiuti al servizio dell'informazione ambientale

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Era il 2008, e questo articolo iniziava così: 
"Oggi voglio cominciare con una bella notizia, che fa parte di un circuito virtuoso che, per fortuna, esiste - il concetto e l’abitudine della spesa alla spina, di cui ho già parlato in questo blog in articoli dedicati alla spesa alla spina, ne costituisce un esempio - e che tuttavia non viene per niente pubblicizzato, né fatto oggetto di propaganda…se non nei pochi blog che si occupano, pro quota, di tematiche ambientali…"
Natura Giuridica, prefiggendosi di trovare il necessario dialogo fra il mondo della natura, dell’ambiente, dell’ecologia, da un lato, e quello del suo utilizzo da parte dell’uomo e delle sue leggi, dall’altro (oltre che di InFormare sul – e comunicare il – diritto ambientale), ha voluto anche lei diffondere la notizia relativa ad una innovativa idea di green - business: quella di una rete di negozi dove portare i propri rifiuti in cambio di denaro.
L'idea era stata attuata da un'azienda torinese, la Recoplastica, che aveva cominciato con l'aprire un ecopunto informativo, questo il nome dato al primo negozio che acquista rifiuti: "qui si possono vendere alcune tipologie di rifiuti, che verranno pagate a seconda del loro valore sul mercato.
Lattine, bottiglie di plastica e carta saranno acquistate dal negozio".

Doveva essere un modo per diffondere la cultura della raccolta differenziata dei rifiuti, dando a chi si impegna in questa campagna un riscontro economico effettivo e tangibile.

L'dea di business ha avuto, da un certo momento in poi, una vasta risonanza, per lo meno sul web, anche grazie a diversi blog, come Verdenero, che titolava: Rifiuti, fare i soldi con le emergenze. L’idea della canavese Recoplastica – si evidenzia nel blog – intende rivolgersi soprattutto alle fasce deboli (pensionati in primis).
"Ci rivolgiamo" dicono i responsabili "soprattutto ai pensionati, i più penalizzati. Abbiamo scelto questa collocazione pensando a un'offerta di carattere sociale, per aiutare le fasce deboli a risparmiare denaro smaltendo intelligentemente l'immondizia domestica". 
Sul sito web della ditta piemontese (sito che oggi non esiste più) era scritto che “a distanza di una settimana dall'inaugurazione sono già più di 100 le città italiane da cui alcune persone ci hanno dimostrato il loro interesse richiedendoci informazioni sull'apertura di un negozio”.
A seguito di un tale successo, ecco la decisione del Consiglio di Amministrazione di Recoplastica di realizzare una rete di franchising.
Andrea Quaranta, titolare del blog e del sito Natura Giuridica, scriveva: "E, personalmente, sono convinto che il riutilizzo, prima ancora del recupero, sia la strada da perseguire: ma penso che iniziative come questa debbano essere seguite e incoraggiate, proprio perché, inserite in un contesto integrato, rappresentano il contributo che ci si aspetta da ognuno di noi, e perché concorrono a diffondere una cultura ambientale, indispensabile base per costruire, giorno dopo giorno, un mondo migliore".
Ma la storia, iniziata bene, ha poi seguito un suo strano - e poco trasparente - percorso che mostra come una buona idea di business, quando mancano le persone e le istituzioni giuste a supportarla, non riesce a concretizzarsi in un beneficio né in termini economici, né in termini di tutela dell'ambiente e né in  termini di diffusione della cultura per il rispetto dell'ambiente stesso ...
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4 novembre 2011


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Water Footprint: l'impronta dell'acqua

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In un post di qualche giorno fa parlavo dei “costi nascosti” dietro la produzione di un chilo di plastica…

Ora vorrei accennare al peso dell’impronta d’acqua, c.d. Water Footprint.

Il crescente allarme per la scarsità del bene più prezioso al mondo impone di considerare, come mai s’è fatto finora, quanta acqua si consuma nelle diverse attività umane.
Non solo per sopravvivere, ma anche per produrre: cibo, acqua, vestiti, carta, etc…

Il Water Footprint indica proprio la quantità d'acqua che è stata utilizzata per la fabbricazione dei prodotti acquistati: per la maggior parte, infatti, noi l’acqua la mangiamo.
Ad esempio, quanta acqua serve per produrre una mela, un bicchiere di vino o un chilo di orzo?
La sorprendente risposta emerge da una ricerca condotta nei Paesi Bassi:
  • una mela di 100 gr di peso ha un impiego d’acqua di 70 litri;
  • per due tazzine di caffè occorrono 140 litri d'acqua;
  • un bicchiere di vino "consuma" 120 litri di H2O, un litro di latte 1.760;
  • per produrre 1kg di carne di manzo occorrono 16.000 litri d’acqua.
Lo studio "Water footprint of nation: Water use by people as a function of their consumption pattern", dà la possibilità ai consumatori di scoprire cosa è nascosto dietro alle normali abitudini di consumo.

«La nostra ricerca dimostra che la maggior parte delle persone non sono consapevoli di quanto l'acqua che utilizzano» commenta un portavoce del Consiglio per l’acqua britannico all’Independent.

Su Water Footprint ci sono tre calcolatori:
  1. il primo riguarda il consumo medio annuo pro capite per Paese;
  2. il secondo ed il terzo (calcolatori individuali) riguardano, rispettivamente,
  • il luogo in cui si vive, quanto si guadagna, etc...(indicatore di massima) e
  • le abitudini alimentari, quelle relative al modo con cui si fanno le pulizie, etc...
L’Italia è la quarto posto per consumo pro capite di acqua, subito dietro gli Stati Uniti, la Grecia e la Malaysia (2.332 metri cubi all'anno, contro i 25000 di un americano. La media mondiale è di 1.234 metri cubi d'acqua a testa)
Per maggiori approfondimenti (ne seguiranno altri, in futuro, sul blog) cliccate qui.


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Report, puntata del 16 marzo 2008: un altro modello di sviluppo (III). E' ancora possibile...

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“Cosa vuol dire rivoltare il mondo? Passare da un sistema basato sull’energia fossile, ad uno basato sulle rinnovabili.
Invertendo le proporzioni.
Ma non si può fare dall’oggi al domani riempiendo tutti gli spazi di pale e pannelli. Bisogna modificare l’intero sistema.
Oggi la rete elettrica è organizzata prevalentemente per distribuire e non per ricevere da tutte le fonti rinnovabili, perché sole e vento sono discontinui. Significa che anche producendo più fotovoltaico o eolico o termodinamico, il sistema non è in grado di accogliere un aumento di questo tipo di energia e va in tilt. Bisognerebbe programmarle le rinnovabili, ma come fai a programmare la distribuzione di energia discontinua in un intero paese?”.

Questo è l’interrogativo con il quale inizia l’ultima parte della puntata di Report di domenica 16 marzo 2008, nella quale la Gabanelli e i suoi hanno dato spazio a quelli che ci stanno provando, partendo dal ripensamento dell’architettura della rete elettrica, che, adesso come adesso, disperde un’enorme quantità di energia.
Occorre, in sostanza, “accorciare la catena”, e fare in modo che questa architettura sia in grado di accogliere e controllare, contemporaneamente, sia i grandi impianti fossili che quelli piccoli rinnovabili.

Alla Cesi ricerca, ad esempio, si prova a immaginare un mondo pensato per isole autosufficienti: quartieri, città in cui le centrali sono piccole e si trovano vicino alle persone, in modo da non sprecare nulla.
Nel caso in cui un utente connesso alla rete non sfrutti direttamente l’energia prodotta dal suo impianto, l’energia e il calore vengono continuamente riutilizzati, attraverso l’utilizzo di cellule combustibile di tipo Pem, da 5 kilowatt, di generatori solari termodinamici (in grado di produrre energia elettrica attraverso la concentrazione della radiazione solare senza emettere nulla in atmosfera), accumulatori, sistemi “intelligenti” in grado di monitorare la rete, di regolare il traffico energetico e di assicurare che il livello di tensione rimanga costante (l’energiebutler, la chiave della rete intelligente, un apparecchio che renderebbe inutile la costruzione di nuove centrali regolando semplicemente la domanda).

Da noi, però, mancano i finanziamenti e si fa fatica a coinvolgere l’industria che sarebbe il punto focale di una ricerca concreta.
Accade, quindi, che, ad esempio, i tedeschi siano, nel campo del fotovoltico, molto più avanti del paese del sole…

E’ ancora possibile riportare indietro il mondo?
A quest’ultima domanda, l’economista Jorgen Randers (l’autore di “I limiti allo sviluppo”) risponde che “sì, è possibile, ma non facilmente. Sarebbe stato più facile se si fosse iniziato prima. Per prima cosa bisogna organizzare l’economia mondiale in modo sostenibile, cioè che possa operare ancora per molto tempo senza arrivare al collasso. La capacità di carico del pianeta è la capacità di sostenere gli esseri umani, le società. Se il mondo ci deve sostenere, deve essere messo in condizione di sostenere la capacità di carico per molto tempo. Le combustioni prodotte dall’uomo sul pianeta devono essere sufficientemente ridotte perché il mondo possa andare avanti. L’impronta ecologica deve essere più bassa della capacità di carico”.

Se aumentiamo gradualmente il carico di una nave, conclude "ironico" Michele Buono, "possiamo anche cercare di distribuirlo in modo ottimale ma a un certo punto la nave affonderà, anche se avremo la consolazione di un affondamento ottimale".


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