Dai bulloni alla teoria dei sistemi aperti

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Finora gli scarti dei processi industriali sono stati considerati come qualcosa di scarso valore rispetto al prodotto, o di fortemente inquinato, di cui liberarsi nel modo più rapido e meno dispendioso possibile.

Oggi invece il modo di rapportarsi all’ambiente e ai processi produttivi cambia radicalmente: se nel passato recente si è cercato di ridurre l’impatto delle attività umane sull’ecosistema ponendo come obiettivo l’impatto zero (non peggiorare lo status quo già gravemente compromesso), è possibile, oggi, ripensare le produzioni, in modo da rispecchiare i principi di metabolizzazione della natura, da non produrre scarti e tendere, anzi, a migliorare la salute del pianeta.

Nella società moderna il livello di stress è giunto a livelli tali che per fermarci a pensare non sono più sufficienti le vacanze estive: occorre associarle ad un malanno “interrompi–vacanze”.

Ci hanno “insegnato” che sotto l’ombrellone il cellulare non va spento, e che il massimo che ci si può concedere è un rotocalco, un libro giallo o una granita.

L’infermità, invece, ci costringe a mettere in moto il cervello…


E così, in un noiosissimo pomeriggio estivo, in cui mi è proibito godere del sole e del mare, mi imbatto in un articolo interessante: “L’ecologia del processo”.

L’inizio è duro da digerire, mi sembra di tornare indietro negli anni a quando leggevo i periodi, spesso incomprensibilmente tradotti, del signor Luhman, insigne esponente della teoria dei sistemi.

Tuttavia, il linguaggio chiaro e, soprattutto, il ricorso agli esempi, mi facilita la lettura.

La teoria dei sistemi aperti trova una rivoluzionaria applicazione nei processi industriali: una frase criptica, da manuale di educazione tecnica, uno di quei libri di testo da cui tutti scappavamo non appena suonata l’ultima campanella di giugno.

In realtà, la frase sintetizza un passaggio direi epocale del processo di bilanciamento tra esigenze economiche e sociali e tutela dell’ambiente che può essere spiegato con un semplice esempio: oggi, per produrre dei bulloni in modo intelligente – risparmiando sui costi di produzione e guadagnando con la commercializzazione degli scarti – occorre ripensare al processo di approvvigionamento delle materie prime e alla produzione degli scarti di lavorazione.

Apportando alcuni correttivi alla filiera di produzione (ad esempio, utilizzando materiali organici in alcune fasi della lavorazione) si fa in modo che gli scarti prodotti siano a loro volta scomponibili ed utilizzabili come materie prime per altre produzioni.

E così, a chi produce bulloni conviene espandere la propria conoscenza ad altri processi produttivi (come la realizzazione di componenti per l’industria ottica…) se non vuole perdere una ghiotta occasione di guadagno.

Naide Della Pelle

L’ecologia del processo
: Come ripensare le produzioni in modo che gli scarti della lavorazione diventino materie per altri articoli


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