giovedì, aprile 17, 2008

Report, 13 aprile 2008: buon appetito! (I)

Più passa il tempo e più Report, la trasmissione condotta da Milena Gabanelli, si dimostra una delle rare trasmissioni che valga la pena di vedere, e di aspettare.

Quella di questa settimana, intitolata “Buon appetito!” (di Pietro Riccardi e Michele Buono), è particolarmente importante non solo per l’analisi delle profonde interconnessioni insite nel ciclo completo dell’agricoltura, ma anche per gli spunti che offre al consumatore, dato che tutti facciamo questo lavoro…

Data vastità degli argomenti trattati, che vanno dall’analisi dei prezzi al calcolo delle emissioni di CO2 in atmosfera, dal peso degli imballaggi al ruolo degli intermediari, dal potere della grande distribuzione ai paradossi industriali dell’agricoltura industrializzata, dal “Millennium Ecosystem Assesment” a Eatitaly, dal Last Minute Market ai Gruppi d’acquisto solidale, dividerò il post in più parti, cercando di riassumere la mole di lavoro dei due reporter senza snaturarne il profondo significato (Per leggere il testo completo, basta ciccare qui)

Già dall’inizio la Gabanelli sottolinea l’importanza di fare sul serio, per capire cosa possiamo fare per riba
ltare un sistema che alla lunga si ritorce contro di noi: è stato calcolato, infatti, che “la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone che si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi che seguissero la dieta degli italiani; ma solo 2,5 miliardi con il regime alimentare degli statunitensi.
Questo perché la metà dei cereali che produciamo servono per alimentare gli animali che mangiamo.
820 milioni di persone nel mondo muoiono di fame e altre 800 milioni mangiano come se di pianeti a disposizione ne avessero 5.
L’agricoltura industriale e chimica oggi è la causa di un terzo di tutte le emissioni di g
as serra che stanno uccidendo il pianeta.
Se il nostro futuro e quello della biosfera dipendono da come produciamo e consumiamo quotidianamente cibo, questo carica tutti noi di responsabilità, subito, ora”.
Il concetto di fondo è questo: siamo ciò che mangiamo, e questo significa che il cibo oltre ad essere una merce, deve avere anche un senso, che deve essere analizzato nell’ambito del contesto globale, considerando il ciclo completo di produzione-distribuzione-consumo.Il ciclo completo dell’agricoltura, secondo gli studi della Fao, incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta.
Un metro di paragone:
- i trasporti non legati al settore dell’alimentazione incidono per il 17%
- il settore zootecnico produce gas serra 296 volte più dannosi del COo2.


Sempre parlando del settore zootecnico, lo studio pone l’accento su un fattore che la maggior parte di noi non conosce, e che potrebbe, invece, influenzare le nostre scelte alimentari: si consuma troppa carne, e in modo troppo diseguale.
Occorrerebbe ridistribuire meglio il consumo, “ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta.
Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno che cresce mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale. Ma la carne è poca cosa rispetto ad un sistema di produrre e consumare che sfugge alle ogni logica minime di tutela, della salute, del pianeta, del portafogli. Possiamo continuare a fregarcene, oppure vedere di cambiare abitudini”.


Lo “schema” che ho pensato di utilizzare, per sintetizzare quanto descritto in Report, dovrebbe dar l’idea visiva di quanti, e quali, sono i passaggi ed le interconnessioni presenti in un semplice gesto quotidiano: andare a comprare frutta e verdura, così come “imposto” (proprio su questo concetto ci soffermeremo più in là…) dall’attuale modello di consumo.


Che noi abbiamo il potere, e il dovere, di cambiare.

FUORI STAGIONE e MERCATO

Pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, asparagi, fagiolini verdi, fragole in pieno inverno: qual è il senso di questa perenne voglia di estate, che nei supermercati dura tutto l’anno?
“Per legge – mettono i risalto i due reporter – tutti gli alimenti hanno le loro etichette, nomi, informazioni, numeri, pesi ma in genere ciò che osserviamo è la data di scadenza, "scade il…". Eppure l’etichetta ci può dire molto di più, ad esempio da dove arriva. Questi asparagi infatti vengono dal Perù, dato che in Italia, a gennaio, gli asparagi non possono crescere”.
Stesso discorso per i fagiolini, le fragole e molto, molto altro……

La domanda vale sia che tali prodotti fuori stagione vengano dall’estero (spesso da molto lontano, con gli annessi problemi legati all’inquinamento causato dai mezzi di trasporto), sia che vengano prodotti in Italia.
La risposta?
E’ il mantra della legge di mercato”: le serre si estendono senza soluzione di continuità
[…] e non servono più per proteggere i prodotti invernali più delicati dalle gelate, ma per produrre al di là delle stagioni […]

FUORI STAGIONE e PREZZI

Il gioco è semplice: “occorre” produrre solo roba fuori stagione.
Perché?
Perche quando arriverà la stagione, quella giusta, intendo, i pomodori, ad esempio, quelli che maturano, rossi, sulla pianta, non convengono più, perché il “mercato” butta giù il prezzo.
“La non stagionalità è il rito sacrificale al mercato, per tenere su i prezzi. Allora pomodori verdi d’inverno”

FUORI STAGIONE e P.I.L.

La stretta “logica” del mercato porta a parlare di tutto in termine di merci: tutto ciò che ha un valore economico ha un prezzo, espresso dai numeri del denaro, che sono quelli numeri del P.I.L., che quantifica tutto in termini di prezzi e quindi usa la logica molto banale, se vogliamo, ma molto stringente della matematica elementare del denaro, addizione e sottrazione”.
“Ma il valore, una buona teoria del valore – sottolinea Pierangelo Da crema, economista dell’Università Arcavata, in Calabria – tiene conto del fatto che il valore ha un senso, prima ancora che un prezzo.
Il prezzo non esprime il senso del valore, non esprime il significato di un bene”.

Purtroppo il P.I.L. esprime in modo eccellente l’ossessione della quantità, e ci fa dimenticare che esistono dei costi di cui non tiene assolutamente conto (quelli sostenuti dalla terra, da cui sottraiamo energie per produrre secondo tecniche produttive criticabili sotto l’aspetto ambientale; quelli legati all’inquinamento, …)

Si tratta di costi che non provocano una diminuzione del P.I.L.: anzi, il paradosso è che, al contrario, ne determinano un aumento, legato, in generale, al concetto di ricostruzione…
Un esempio “in crescendo” di questa logica perversa?”
“Si spacca una petroliera ….fa aumentare il P.I.L. perché dovrò ricostruirne un’altra e pure le coste da ripulire, i pesci e gli uccelli imbrattati da curare mi fanno alzare il P.I.L., e quando siamo in coda sull’autostrada il P.I.L. aumenta perché bruciamo carburante, che inquina, e se l’inquinamento ci fa venire un tumore tanto meglio, malati e ospedali fanno aumentare il P.I.L.. Un incidente fa aumentare il P.I.L.. I prodotti fuori stagione fanno alzare il P.I.L. perché costa di più produrli, perché più fertilizzanti, erbicidi e pesticidi uso, aumenta il P.I.L.. E pazienza se l’aereo che porta asparagi dal Perù e fagiolini dall’Africa produce CO2 perché si alza il numeretto magico del benessere. E poi i prodotti fuori stagione posso venderli ad un prezzo più alto di uno di stagione. E’ meglio vendere un chilo di fagiolini a gennaio a 4 e 99 al chilo, che un cavolfiore a 0.99, perché anche questo fa aumentare il P.I.L.


Per ricostruire, insomma, devi rompere.
Ma se non rompessi, non ci sarebbe bisogno di ricostruire…

(continua)

1 commenti:

Ho avuto modo di vedere la trasmissione, impressionante quanto riesca a inquinare e costi un pugno di prezzemolo, e tutto per interessi molto ma molto grandi.

Marianna