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lunedì, agosto 21, 2017

La comunicazione di informazioni di carattere non finanziario: gli aspetti ambientali

Sul n. 7/2017 della rivista "Ambiente & Sviluppo", edita da IPSOA, è stato pubblicato un articolo che analizza la nuova disciplina sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario, che riguarda anche aspetti ambientali.
Qui di seguito vi riporto qualche stralcio: si tratta di un argomento importante, e per una volta sembra che il legislatore abbia intrapreso la strada giusta....

Il cambio di passo
Il quadro che emerge dalla lettura del 12° Global Risk Report mostra che l’80% delle cinque principali minacce in termini di impatto (e due su cinque in termini di probabilità) riguardano l’ambiente: stiamo parlando degli eventi meteorologici estremi; delle crisi idriche; delle gravi catastrofi naturali e del fallimento delle politiche e delle misure di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici. 

Da una comparazione con la “top 5” degli anni precedenti, ciò che salta subito all’occhio è il rapido aumento dei fattori ambientali, sempre più rilevanti non solo per le imprese e le famiglie, ma anche per il mondo economico, finanziario e politico. 

La classe politica dovrebbe prendere atto che non si può più limitare al compitino delle buone azioni e dei fioretti – da comunicare più che da implementare…. – ma che occorre andare oltre, ideando nuove politiche di gestione non solo del diritto ambientale (al momento pletorico, scoordinato, male applicato, confusionario), ma anche della sua implementazione e, perché no, della sua comunicazione (purché fondata su dati, e fatti, reali e verificabili, e non su parole). 

Nuove politiche che introducano, nell’ambito delle valutazioni globali, variabili come il capitale naturale e quello sociale, che fortunatamente, anche se con un po’ di fatica e di ritardo, cominciano ad essere considerati anche dalle imprese come parametri irrinunciabili e permanenti per una completa analisi dei rischi, degli impatti, delle strategie e delle prospettive future del proprio business

È quello che sembra svilupparsi, in questi mesi, nel nostro Paese: l’occasione è data dal recepimento della direttiva 2014/95/UE, relativa alla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario di imprese e gruppi di grandi dimensioni, avvenuto con il D.Lgs n. 254/2016.
La nuova disciplina, entrata in vigore lo scorso 25 gennaio, e applicabile alle dichiarazioni e relazioni riferite agli esercizi finanziari aventi inizio al 1° gennaio 2017, ha addirittura ampliato le fattispecie rispetto a quelle indicate nella direttiva europea: un fatto che “se da un lato può apparire «normale», considerando la specifica natura dei due strumenti normativi (e la loro relazione), dall’altro contrasta con la consuetudine, poiché, non di rado, il legislatore tende ad allinearsi alle disposizioni comunitarie senza discostarvisi in maniera rilevante (laddove non le ricalchi perfettamente). 
In questo caso, invece, al di là di profili sanzionatori non trascurabili, il decreto prevede la possibilità del riconoscimento di una sorta di «attribuzione reputazionale» a enti che, pur non obbligati agli adempimenti di sustainability disclosure (dunque, imprese non di interesse pubblico né di grandi dimensioni), predispongano una dichiarazione non finanziaria conforme alle sue disposizioni” (L. Magrassi e P.P. Baldi, Disclosure di sostenibilità: D.Lgs. n. 254/2016 sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e sulla diversità”). 




Il D.Lgs n. 254/2016 sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario: a) l’ambito di applicazione 

In attuazione della direttiva 2014/95/UE, il D.Lgs n. 254 del 30 dicembre 2016 ha introdotto l’obbligo per alcune imprese (e alcuni gruppi di grandi dimensioni) di dichiarare – con riferimento agli esercizi finanziari aventi inizio a partire dal 1° gennaio 2017 – alcune informazioni di carattere non finanziario, fra le quali anche quelle concernenti gli aspetti ambientali



Tabella n. 1: l’ambito di applicazione
I soggetti
Obbligati
Enti di interesse pubblico
Società italiane emittenti valori mobiliari ammessi alla negoziazione su mercati regolamentati italiani e dell'Unione europea
Banche
Le imprese di assicurazione autorizzate (imprese di assicurazione italiane), ovvero le società aventi sede legale in Italia e la sede secondaria in Italia di imprese di assicurazione aventi sede legale in uno Stato terzo, autorizzate all'esercizio delle assicurazioni o delle operazioni di cui all'articolo 2 del codice delle assicurazioni private (D.Lgs n. 209/2005)
Le imprese di riassicurazione (le società autorizzate all'esercizio della sola riassicurazione, diverse da un’impresa di assicurazione o da un’impresa di assicurazione extracomunitaria, la cui attività principale consiste nell'accettare rischi ceduti da un’impresa di assicurazione, da un’impresa di assicurazione avente sede legale in uno Stato terzo, o da altre imprese di riassicurazione), con sede legale in Italia.
Le sedi secondarie in Italia delle imprese di riassicurazione extracomunitarie.
Gli enti di interesse pubblico che siano società madri (i)di un gruppo di grandi dimensioni (ii)
Non obbligati
I soggetti diversi dagli enti pubblici economici che volessero effettuare la dichiarazione di carattere non finanziario su base volontaria.
Quando
Ogni esercizio finanziario
Cosa
Dichiarazione individuale/consolidata di carattere non finanziario
Condizioni
Gli enti obbligati:

devono aver avuto, in media durante l’esercizio finanziario un numero di dipendenti superiore a cinquecento
devono aver superato, alla data di chiusura del bilancio, almeno uno dei due seguenti limiti dimensionali
totale dello stato patrimoniale: 20.000.000 di euro
totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni: 40.000.000 di euro
(i) l’impresa, avente la qualifica di ente di interesse pubblico, tenuta alla redazione del bilancio consolidato ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 1991, n.127, o alla redazione del bilancio consolidato secondo i principi contabili internazionali se ricompresa nell’ambito di applicazione del decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 38;
(ii)il gruppo costituito da una società madre e una o più società figlie che, complessivamente, abbiano avuto su base consolidata, in media, durante l’esercizio finanziario un numero di dipendenti superiore a cinquecento ed il cui bilancio consolidato soddisfi almeno uno dei due seguenti criteri:
1) totale dell’attivo dello stato patrimoniale superiore a 20.000.000 di euro;
2) totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni superiore a 40.000.000 di euro.
Nota: nella relazione illustrativa viene specificato che “le definizioni di «gruppo di grandi dimensioni», «gruppo», «società madre», «società madre europea» e «società figlia», ripropongono quelle della direttiva 2013/34/UE in materia di conti annuali e consolidati e sono coerenti con quelle vigenti nell’ordinamento nazionale ai fini della redazione del bilancio consolidato. In particolare, la definizione di «società madre» è strutturata in modo da identificare il perimetro di inclusione delle controllate ai fini della relazione consolidata non finanziaria con quello che delimita il bilancio consolidato, sia nel caso di società che applica gli IAS/IFRS, ai sensi del decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 38, sia per quelle che soggiacciono, invece, alla disciplina del codice civile e del decreto legislativo 9 aprile 1991, n. 127.
Le definizioni date, pertanto, hanno valenza ai soli fini dell’assolvimento degli obblighi previsti dal decreto legislativo e non comportano l’introduzione di nuove o diverse fattispecie attinenti l’ambito definitorio del «controllo» in ambito societario che possano in qualche modo confliggere o far sorgere dubbi interpretativi sulla base di quanto previsto dall’articolo 2359 del codice civile.
Infine, le definizioni di «standard di rendicontazione» e di «metodologia autonoma di rendicontazione» sono rivolte rispettivamente ad individuare i diversi insiemi di regole, principi e linee guida, emanati da autorevoli organismi sovranazionali, internazionali o nazionali, di natura pubblica e privata, generalmente accettati e non cogenti dal punto di vista legislativo, nonché l’insieme composito di standard di rendicontazione e criteri, principi ed indicatori di prestazione integrativi agli standard e funzionali ad adempiere agli obblighi di informativa non finanziaria e che possono costituire un modello di riferimento a cui le imprese destinatarie del provvedimento potranno uniformarsi al fine di predisporre l’informativa non finanziaria”.


b) la dichiarazione individuale/consolidata di carattere non finanziario: contenuto, collocazione e pubblicità 

Gli articoli 3 e 4 disciplinano, rispettivamente, la dichiarazione individuale e quella consolidata di carattere non finanziario, “nella misura necessaria ad assicurare la comprensione dell’attività di impresa/gruppo, del suo andamento, dei suoi risultati e dell'impatto dalla stessa prodotta” [...]
Alla dichiarazione consolidata di carattere non finanziario – che comprende i dati della società madre e delle società figlie consolidate – “si applicano integralmente, in quanto compatibili”, le disposizioni relative alla dichiarazione individuale. 
L’articolo 5 disciplina la collocazione delle dichiarazioni e le modalità pubblicazione. In particolare è data la possibilità: 
  • di includere le dichiarazioni di carattere non finanziario individuali e consolidate all’interno delle relazioni sulla gestione, o in alternativa, 
  • di costituire relazioni distinte, contrassegnate comunque da analoghe diciture. 
L’articolo prescrive, inoltre, l’obbligo di pubblicazione presso il registro delle imprese delle dichiarazioni di carattere non finanziario individuali e consolidate, congiuntamente alle relazioni sulla gestione (individuale o consolidata) e contestualmente alla data di pubblicazione del bilancio cui fanno riferimento; nei medesimi termini, infine, è prevista la pubblicazione delle dichiarazioni non finanziarie individuali e consolidate rispettivamente sul sito internet del soggetto o della società madre che hanno predisposto i documenti, dando indicazione all’interno della relazione sulla gestione individuale o consolidata della sezione del sito internet che contiene tali dichiarazioni. 
c) i casi di esonero 
Il nuovo decreto prevede alcuni casi di omissioni ed esoneri dalla redazione della dichiarazione [...]
d) il regime volontario 
 Oltre al regime obbligatorio, il D.Lgs n. 254/16 prevede la possibilità di predisporre e pubblicare dichiarazioni individuali o consolidate non finanziarie su base volontaria. In estrema sintesi, i soggetti non obbligati che: - su base volontaria, redigono e pubblicano dichiarazioni individuali o consolidate non finanziarie e - si attengono a quanto disposto dal decreto, possono apporre su dette dichiarazioni la dicitura di conformità [...]
La sanzioni e le modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria [...]
La strada giusta 
I nuovi adempimenti rientrano nel processo definito “non-financial reporting”, che: 
  • fornisce le c.d. ESG (Enviromental, Social, Governance), ovvero le informazioni ambientali, sociali e di governance che integrano gli elementi economici e finanziari contenuti nel bilancio d’esercizio, e 
  • ha lo scopo di offrire a tutti gli stakeholders dell’impresa quelle informazioni che – come evidenzia anche il GRI (Global Reporting Initiative), che promuove l'uso del reporting di sostenibilità quale strumento per consentire alle imprese e alle organizzazioni di diventare più sostenibili e contribuire alla sostenibilità dell'economia globale, e che di recente ha pubblicato le “Linee guida per il reporting della sostenibilità” GRI – G4 – hanno lo scopo di assicurare la comprensione da parte degli stakeholders dell’attività d’impresa, del suo andamento, dei suoi risultati e dell’impatto dalla stessa generato nei contesti ambientali, sociali, del personale, dei diritti umani e della lotta alla corruzione attiva e passiva, che vengono considerate rilevanti rispetto alle attività e alle caratteristiche specifiche dell’impresa.

Con i suoi key performance indicators, il D.Lgs. 254/2016 sembra rappresentare un passo avanti verso il bilancio integrato – sia pure ancora limitato ad una ristretta categoria di enti di interesse pubblico – al fine di spingere il sistema produttivo e imprenditoriale verso una migliore qualità ambientale e sociale. 
Ci sarà sicuramente tempo per analizzare approfonditamente l’impatto della nuova normativa.
Nell’attesa, può essere utile leggere il recente studio sull’«impatto della direttiva non financial and diversity information sui bilanci delle società quotate», condotto dall’Osservatorio Socialis in collaborazione con AIAF, l’Associazione Italiana degli Analisti e dei consulenti Finanziari, con lo scopo di verificare se l’ambito di applicazione della direttiva 95/2014 sia coerente con il contesto economico italiano e, soprattutto, se possa contribuire al miglioramento della qualità della disclosure non finanziaria. 
In sostanza, si tratta di un’opportunità o di un vincolo per le imprese italiane? 
Nonostante sia ancora perfettibile, il decreto sembra aver imbroccato la strada giusta. 
È vero, ci sono alcuni punti delicati.
Uno dei punti più delicati è l’articolo 3.8 il quale indica che nella dichiarazione di carattere non finanziario possono essere omesse, in casi eccezionali, informazioni concernenti sviluppi imminenti ed operazioni in corso di negoziazione, qualora la loro divulgazione possa compromettere gravemente la posizione commerciale dell’impresa poiché in questo caso nella dichiarazione deve essere indicato con precisione che ci si è avvalsi di questa facoltà e le imprese potrebbero essere scoraggiate ad adempiervi”. In questi termini, Mauro Bellofiore, Responsabile Ufficio Analisi di Impatto della Regolamentazione CONSOB (http://www.aiaf.it/osservatorio-esg-16)
C’è chi critica “la scarsa attenzione dedicata al tema della governance”.
Chi evidenzia che “si poteva fare uno sforzo maggiore per diffondere di più l’informativa non finanziaria e dare quindi delle indicazioni concrete e trovare una modalità di assistenza anche per le piccole realtà aiutandole a mettere in campo dei comportamenti responsabili che spesso sono adottati in modo inconsapevole ed è importante creare questa coscienza e le grandi aziende potrebbero essere responsabilizzate a ricoprire questo ruolo coinvolgendo tutta la filiera produttiva” (in questi termini, Tiziana Pompei, Vice Segretario Generale UnionCamere. (http://www.aiaf.it/osservatorio-esg-16).”.
Ci sono posizioni contrastanti su un tema border line come quello relativo alla scelta degli standard internazionali. 
La CONSOB, ad esempio, dà risalto all’ampio “spazio [che] si è lasciato nella scelta degli standard internazionali e alle modalità di controllo e di approfondimento”; di conseguenza, “i primi bilanci costituiranno un test anche per la Consob stessa per valutare l’approfondimento delle tematiche non finanziarie”.
Ed evidenzia che “all’articolo 1.g) «metodologia autonoma di rendicontazione»: viene indicata la possibilità di adottare da parte delle aziende ulteriori principi, criteri ed indicatori di prestazione, autonomamente individuati ed integrativi rispetto a quelli previsti dagli standard di rendicontazione adottati, che risulti funzionale ad adempiere agli obblighi di informativa non finanziaria previsti dal decreto legislativo e dalla direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo. Vi è quindi la possibilità di estrarre singole parti da vari standard”
 Da Prioritalia e dalla Fondazione Nazionale Commercialisti, invece, si fa notare, rispettivamente, che: 
  • per le grandi aziende vi sono ancora ambiti di miglioramento ma la grande sfida è quella di individuare ed adottare indicatori che siano comparabili, tracciabili e standardizzati; 
  • dal punto di vista tecnico importanti sono gli standard che dovrebbero essere già quelli accettati e riconosciuti a livello internazionale senza concedere spazio all’adozione di autonome metodologie. 
Ma nel complesso la ricerca, “nata quando si parlava di Direttiva europea 2014/95/UE ed il governo italiano era impegnato nella sua traduzione in Italia” restituisce un quadro che, nonostante il livello molto elevato di discrezionalità che rende “difficile individuare una standardizzazione delle informazioni”, appare essere estremamente dinamico, e ci dimostra come tutto sommato il D.Lgs. 254/2016 venga percepito più come un’opportunità, nonostante imponga una serie di obblighi per i soggetti obbligati e, nel contempo, si limiti a prevederne la volontarietà per gli altri. 
“Obiettivo importante è la comparabilità dei dati e le grandi aziende dimostrano già un certo grado di consapevolezza per quanto c’è ancora molto da fare. Queste informazioni sono importanti per tutti e quindi anche per le PMI e il merito del D.Lgs. 254/2016 è stato quello di aver tenuta alta l’attenzione su questi temi e di mettere un po’ di ordine”, viene sottolineato da Unioncamere, mentre da Prioritalia si evidenzia che “con riferimento al ruolo dei manager il D.Lgs. 254/2016 rappresenta un punto di non ritorno in quanto impone il passaggio da una CSR Corporate Social Responsibility reputazionale ad una CSR strategica e quindi questa è ritenuta essere una buona norma”
Anche la CONSOB – che “si sta attivando per rispondere adeguatamente al suo ruolo di controllo richiesto dal legislatore e si sta formando una propria cultura per poter giudicare la bontà e la conformità dell’informativa non finanziaria” – pur sostenendo che “non si tratta di tematiche completamente nuove in quanto già i codici di autodisciplina per le società quotate alla Borsa Valori danno un indirizzo”, mette in risalto il fatto che “la normativa comporta sia obblighi che opportunità e se da una parte può essere vista come un impegno dall’altro un ampliamento dell’informativa agevola gli investitori nella valutazione delle società”, e “gli stessi consumatori sono favoriti in quanto sempre più prestano attenzione nella scelta dei prodotti agli impatti ambientali e sociali causati delle aziende, alle politiche del personale che attirano soggetti più qualificati e quindi il nuovo D.Lgs. 254/2016 comporta anche dei vantaggi”
A conti fatti, nonostante sia ancora perfettibile, il decreto ha imbroccato la strada giusta. 
Sarà importante tener conto anche dei suggerimenti (di quelli già emersi e di quelli che verranno), ma l’importante è aver cominciato questo percorso, e non essere rimasti fermi ai blocchi di partenza, nella pia illusione (nell’attesa, quindi) di trovare, fin da subito, una soluzione – che si presume perfetta – per poter risolvere questo complesso quanto affascinante tema. 
L’importante è avere cominciato questo percorso, nel quale ci sarà sempre e solo da imparare e migliorare strada facendo, tendendo alla perfezione, certo, ma senza cedere all’ansia di raggiungerla (e, in sostanza, di rimanere immobili): perché – Salvador Dalì docet – “non [devi] aver paura della perfezione, perché tanto non la raggiungerai mai”

giovedì, agosto 17, 2017

Lo schifo e lo spavento

Giorgio Gaber qualche anno fa, cantava che “per questo, io se fossi Dio, preferirei il secolo passato, se fossi Dio rimpiangerei il furore antico dove si odiava e poi si amava e si ammazzava il nemico”.
Il “nemico”.

Oggi, invece, si ammazza l’orsa, o KJ2, come veniva chiamata, la “nemica”, non per “il furore antico”, in una “lotta” alla pari, e solo per ragioni di sopravvivenza.
No, lo si fa in nome di una decisione presa “per garantire la sicurezza delle persone”, a causa “del documentato indice di pericolosità dell’esemplare”, come di legge nell’ordinanza emessa dal presidente della provincia autonoma di Trento, nella quale si prosegue affermando pomposamente che “sempre in funzione della prioritaria sicurezza delle persone continueranno in maniera intensiva tutte le attività condotte per ridurre il rischio di incidenti (informazione, comunicazione, prevenzione, monitoraggio e presenza sul territorio)”.
Si uccide per ignoranza.

Di quali incidenti si tratta, considerando che in questi discorsi si omette sempre di dire come realmente sono andate le cose?

Ma tant’è, così parlò (il neo-Zarathustra) il “fautore dell’ordine”, della libertà del “superuomo”, che così potrà continuare ad andare in giro libero: libero di fare quello che gli pare.

Libero anche – perché no?! – di andare ad offendere un animale il cui unico “errore” è stato quello di difendere i propri cuccioli dalle minacce di chi, in nome della suprema libertà, si arroga il diritto di non rispettare la natura e gli animali che quella natura la vivono, anche se sempre più confinati e sacrificati (dall’uomo, naturalmente).

Salvo, naturalmente, indispettirsi, risentirsi, fare denuncia, ricorso, appello all’Autorità costituita, meravigliandosi che in natura esista chi difende i propri cari, e magari dicendo – quando ormai l’orso è stato giustiziato, e quando verrà a galla la verità dei fatti – che è stato solo un gioco, una bravata, una ragazzata (chissà se nei prossimi giorni sentiremo dire che “e che in ogni caso l’animale non ha capito le mie garrule intenzioni”, “sono stato frainteso”, “l’ordinanza è stata emessa a mia insaputa”, e via discorrendo).

L’uomo si comporta così anche nei confronti della natura, dell’ambiente: salvo poi stupirsi (un po’), e lamentarsi del caldo che fa in questi giorni, figlio di quell’effetto serra e dei cambiamenti climatici che, ancora oggi, tanti soloni “de noantri”, tanti opinionisti da tastiera continuano a negare.


martedì, aprile 11, 2017

Il riTARdo e le sTAR-TAP

“Una strategia senza tattiche è il cammino più lento verso la vittoria. Le tattiche senza una strategia sono il prima della sconfitta”, diceva Sūnzǐ, stratega cinese del V° secolo a.c.
La seconda parte dell’affermazione ricorda tanto l’attuale situazione politica e giudiziaria nel nostro Paese, nel quale si vaneggia tanto di Startup, di investimenti, di grandi opere, di futuro, e poi di tutto questo vociare non rimane che una frase e qualche gesto.
E tutto ritorna come prima.
Naturalmente è sempre colpa di qualcun altro, e le opere, anche quando sono solo annunciate, devono essere fatte da un’altra parte.
Forse, ma anche no.
Come il TAP (Trans Adriatic Pipeline), definitivamente approvato dal Consiglio di Stato (sentenza n. 1392/2017) ma poi immediatamente sospeso dal TAR del Lazio (decreto 1753/2017), affinché vengano precisate (ancora!) le misure di mitigazione dell’impatto ambientale.
Immediate le urla di giubilo dei NO TAP, che rivendicano (chi anche con scopi politici) la paternità della vittoria, e che promettono battaglia anche a metà aprile, quando ci sarà la “decisione” collegiale.
Sullo sfondo,
  • una politica “che solo fa carriera”, priva di idee, di visione, di coraggio, di slancio; 
  • l’atavica idiosincrasia nostrana per tutto ciò che non garba al particulare
  • una magistratura onnipresente che più che dirimere controversie sembra favorire ulteriormente l’ancestrale attitudine italica a litigare e a dividersi su tutto; 
  • la consapevolezza che basta “ricorrere alla giustizia” per far impantanare tutto (e tutti). 
Non si sa se alla fine si arriverà ad una decisione condivisa, anche se ho i miei dubbi: è più facile che qualche buontempone si inventi una "nuova APP", la sTAR-TAP in grado di farci seguire (ma da tifosi, e non da cittadini), questa vicenda, che più passa il tempo e più sembra trasformarsi nell’ennesima, triste, telenovela di un Paese incapace di decidersi e di decidere. 
Nel mentre passerà inesorabilmente altro tempo, si rafforzerà l’idea di un Paese immobile, e non si faranno più neanche proclami, ma ci limiteremo a TARtagliare parole a vanvera, naturalmente lamentandoci che qui da noi nessuno viene più ad investire. 
Ma state tranquilli, perché in compenso continueremo a sfornare vincitori. 
Di che cosa, non si sa, ma vincitori. 
Perché qui in Italia “hanno tutti ragione”, anche se nessuno si è ancora accorto si sta facendo TARdi.

lunedì, aprile 10, 2017

Bonifica e compravendita di siti potenzialmente contaminati: cosa fare? A chi rivolgersi?

Cominciando da questo blog, e anche grazie alla sua visibilità, sono stato contattato da una multinazionale francese leader nel settore dell’HSE compliance (di questo vi parlerò prossimamente).
Proprio mentre ero a Parigi, in uno dei miei viaggi nella capitale francese per parlare della consulenza ambientale svolta in Italia, mi ha contattato una società controllata da un colosso della chimica. 

L’amministratore delegato aveva letto un mio articolo, di qualche anno fa, intitolato “Strumenti di compravendita per siti (potenzialmente) contaminati, nel quale, sia pur sinteticamente, affrontavo il delicatissimo tema relativo alla circolazione di terreni potenzialmente contaminati.
Gli è piaciuto, in qualche modo lo ha illuminato – nel senso di aver fatto comprendere le problematiche sottostanti – e ha deciso di chiamarmi immediatamente.

Quali problematiche affrontare?
Come affrontare le trattative?
Quali aspetti prendere in considerazione?
Come tutelarsi al meglio di fronte alle richieste (spesso e volentieri alle pretese) della controparte?
Quali clausole inserire in un ipotetico preliminare?
Quali indagini svolgere?
A chi, e come, spetta l'eventuale bonifica?
Come…..e mille altre domande.

Quando il cliente, qualche giorno dopo, è venuto fin da me a studio, lasciandomi giusto il tempo di tornare da Parigi, mi ha tempestato di domande: domande tutte legittime, per carità.
Volendo parafrasare quella frase tratta da quel capolavoro di Sergio Leone, “Per qualche dollaro in più” (“Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte lo sono, a volte”) le domande non sono mai illegittime. 
Possono esserlo le risposte, se il consulente non effettua una doverosa opera di contestualizzazione, e non spiega al cliente che, a volte, occorre rallentare un attimo, pendersi il giusto tempo, analizzare nel dettaglio ogni aspetto, per poter mettere in campo la migliore strategia possibile, a seconda del punto in cui è arrivato il gioco, nel momento in cui il consulente è stato chiamato. 
Non si possono vendere le consulenze “un tanto al chilo”, come si può fare per un qualsiasi prodotto, come purtroppo si vede fare, in giro: la consulenza – in particolare quella ambientale – è un servizio che si fonda su un delicato mix di fiducia, competenza, ritmo, analisi, coinvolgimento, contestualizzazione, capacità di gestione, anche gli errori eventualmente commessi prima da chi, messo con le spalle al muro dagli eventi, decide di chiamarti… 
Già, perché il consulente dovrebbe essere chiamato prima di portare avanti una strategia, non dopo che una scelta avventata ha cominciato a creare dei problemi. Grattacapi quando va bene. 

L’altolà al mio cliente è arrivato subito dopo aver letto una bozza – quasi definitiva, nelle intenzioni del redattore, un simpatico avvocato-amicone della controparte – di contratto che il mio cliente, secondo il diktat di controparte, avrebbe dovuto firmare, pena la vanificazione del “lavoro” fino ad allora svolto, e la perdita dell’affare.
L’affare, manco a dirlo, era la vendita di un terreno che, secondo il potenziale acquirente, era sicuramente contaminato, “evidenza” che avrebbe comportato….
Sì, potete immaginarlo, no, non alla bonifica (se del caso), ma molto più prosaicamente ad uno sconto sul prezzo di vendita, ma con tutta una serie di clausole capestro per il mio cliente….e – incredibile a dirsi! – clausole discutibili anche per la stessa società che le aveva ideate……pensate un po’.
Un’accozzaglia di copia-incolla presi da contratti “buoni per tutte le stagioni”, per voler utilizzare eufemismo…
Niente di più prosaico e banale, se volete.

Ma le questioni ambientali vanno, devono essere affrontate in modo completamente diverso: ecco perché esiste il consulente giuridico ambientale, itinerante, nel mio caso.
È “bastato” spiegare – non c’è voluto neanche tanto tempo, ma diversi viaggi e numerose riunioni, portatile, borsa da lavoro e moleskine per gli appunti al seguito – la reale situazione, far capire i pericoli insiti dietro la condotta di controparte, imbastire una strategia di gestione del rischio ambientale, indicare una strada da seguire che, al contempo, tutelasse gli interessi del mio cliente, invogliasse controparte ad accettare le nostre proposte, volte principalmente alla tutela dell’ambiente, per il tramite del rispetto della legge.

Che è molto complicata, spesso, da capire e da interpretare. Insomma, un lungo lavoro, ma …….

Morale: viaggio dopo viaggio, nel giro di tre mesi il vostro consulente ambientale itinerante è riuscito a mettere d’accordo le parti a condizioni favorevoli per tutti – ambiente compreso – anche se di più per il mio cliente: ça va sans dire….

Sul come, ovviamente, non mi soffermerò in queste pagine: ma potete sempre chiedermelo in privato…

Quello che, in questo diario, mi preme sottolineare è il messaggio che, in questa come in altre situazioni – di cui parleremo prossimamente – è passato al cliente, ma non solo a lui: non bisogna avere fretta, ma non bisogna far tardi.

Fuor di metafora: la gestione delle problematiche ambientali…
Meglio: la gestione del cambiamento, che le norme sul diritto ambientale impone (e che il buon senso chiede a gran voce), ha bisogno di pazienza (pianificazione) e di rapidità (improvvisazione, legata al far fronte agli imprevisti che di volta in volta, lungo il tragitto, si possono incontrare. Che si incontrano), di tattiche ma anche di una strategia, di una visione di insieme e di competenza.

La gestione del cambiamento ha, essenzialmente, bisogno di questo giusto mix: o meglio, di un giusto mix, che dipende – e con questo si chiude il cerchio – dal contesto, dall’analisi di quelle situazioni che fanno la differenza, e che il consulente ha il dovere di verificare sul campo, in itinere…
Il testo nel contesto…reminiscenze del corso di filosofia del diritto…..

E ricordatevi che questo discorso vale per tutti: anche le grandi aziende multinazionali – a maggior ragione – devono stare bene attente e capire l’importanza di gestire il rischio che ogni cambiamento può portare. Il mio cliente l’ha capito.

E tu, come gestisci il cambiamento?

Scrivimi per espormi le tue problematiche: non esitare a contattare Natura Giuridica, gestisci il cambiamento in modo efficace.

mercoledì, aprile 05, 2017

Il TIP TAP e la tarantella

Al di là dell’“analisi logica” che si potrebbe fare della sentenza del Consiglio di Stato sul TAP (il gasdotto Trans Adriatic Pipeline), che ha dato il via libera alla realizzazione dell’opera, e dei mea culpa che gli appellanti dovrebbero fare, con riferimento alle modalità con cui le loro ragioni sono state fatte valere (questioni che il Consiglio di Stato ha avuto buon gioco a liquidare con un “sono intempestive e violative del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione”), vale la pena soffermarsi su quanto i giudici di Palazzo Spada hanno dichiarato a più riprese.
La valutazione di impatto ambientale (la VIA), secondo il Consiglio di Stato, non è un mero atto (tecnico) di gestione e/o di amministrazione, ma un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo, sia pure con particolare riferimento al corretto uso del territorio, attraverso la cura ed il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico — sociale) e privati”.
Ebbene, dopo aver detto per inciso che questa sua affermazione “ingenera perplessità nel richiamo alla funzione di indirizzo politico-amministrativa”, il Consiglio di Stato ha tuttavia perseverato, affermando candidamente che “il giudizio di compatibilità ambientale, pur reso sulla base di oggettivi criteri di misurazione pienamente esposti al sindacato del giudice, è attraversato da profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa sul piano dell'apprezzamento degli interessi pubblici in rilievo e della loro ponderazione rispetto all'interesse dell'esecuzione dell'opera”.
Apprezzamento, badate bene, che “è sindacabile dal giudice amministrativo soltanto in ipotesi di manifesta illogicità o travisamento dei fatti, e risulti perciò evidente lo sconfinamento del potere discrezionale riconosciuto all'Amministrazione”.
Come a dire: basta che l’Amministrazione non faccia errori madornali, e il gioco è fatto. E il giudice non può che fare il “Pilato” della situazione, decidendo di non decidere. E con questo, però, dare IL via….
Probabilmente, se nella stanza dei bottoni ci fosse stato qualcun altro, forse i “profili particolarmente intesi di discrezionalità” avrebbero virato da un’altra parte.
Ed è proprio questo continuo balletto a non andare bene, specie quando si va a ballare il (tip)-TAP nella patria della tarantella…
Fuor di metafora: decidere sulla base di scelte politiche, senza una visione, e non essere in grado di leggere il testo nel contesto, addivenendo a soluzioni praticabili, non fa che allontanarci dal “bene comune” (nel senso etimologico, e non politico, del temine), quello che tiene, deve tener conto di tutti gli interessi in gioco. E guardare al futuro.
Avanti di questo passo una sintesi, e dunque una soluzione, non verrà mai trovata, e il legislatore tarantolato (quello che continua a produrre infinite normative, uguali e contraddittorie nello stesso tempo) potrà proseguire a dichiarare la propria buona fede e a proclamare cambiamenti, ma continuerà a produrre uno dei pochi made in Italy che ci rimangono: un frenetico immobilismo.

lunedì, aprile 03, 2017

La rincorsa


Donald Trump ne ha fatta un’altra delle sue: con lo scopo di "mettere fine alla guerra al carbone", ha firmato il decreto che manda in soffitta una delle principali norme ambientali dell’era Obama, il Clean Air Act.
Lo slogan utilizzato (“Minatori di nuovo al lavoro”) ha indubbiamente il suo “fascino”, fra il popolo che si è sentito, non senza alcune ragioni, tradito dal così detto “establishment”, reo ai suoi occhi di non aver posto fine alla crisi, ma anzi di averla acuita.
Al di là dell’apparenza, e anche volendo soprassedere sui discorsi – che pure andrebbero affrontati – sugli interessi delle grandi corporation, ciò che colpisce di più è la gioia rabbiosa con la quale il popolo (addomesticato a sua insaputa, anche se è convinto del contrario)  accoglie questa decisione, pensando "finalmente qualcuno che sta dalla parte del popolo, che ci ridà il lavoro e la dignità che ci hanno tolto".
Anche se resta da capire chi sia l'artefice di questo imbroglio...
Contrapporre il diritto al lavoro e l’ambiente (e la salute), continua ad essere uno degli errori di prospettiva più eclatanti (se fatto in buona fede), e uno degli inganni più maligni (se invece perpetrato in male fede).
E credere ciecamente che tornare indietro sia la soluzione per andare avanti e sconfiggere la crisi non è neanche più utopia: è semplice disperazione rassegnata.
Riproporre il carbone significa tornare indietro soltanto per tirare avanti, ed è una morte un po’ peggiore.
La morale è sempre quella: con atti destrutturanti e “contro natura” come questo la crisi non sarà certo sconfitta, e sarà sempre il più debole (“carne da cannone”) a rimetterci, specie se gli si vuole pure togliere la tutela sanitaria, come lo stesso Trump ha cercato di fare, per ora, e per fortuna, senza successo. Bocciato “dai suoi”, ma forse solo per motivi più politici che etici.
Certo, far passare il messaggio contrario (occorre trovare una sintesi fra interessi “divergenti”, attraverso l’innovazione e con lo sguardo proiettato al futuro, e non ad un passato benevolo solo agli occhi miopi dei rabbiosi impauriti) non è un lavoro facile né breve, ma è imprescindibile, e compito del Politico dovrebbe proprio essere quello di trovare una sintesi fra posizioni inconciliabili solo in apparenza.
Con coraggio, e senza le incertezze e le ambiguità che hanno contraddistinto l’establishment (qualunque cosa questo termine significhi, o indichi).
E una cosa è chiara: non bisogna mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.