Le liti nel Governo M5S-Lega in merito all’incenerimento (o termovalorizzazione) di rifiuti

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Il Governo giallo verde vede contrapposti fra di loro Luigi Di Maio (contrario agli inceneritori) e Matteo Salvini (favorevole ai termovalorizzatori. Analisi del perché in Italia, in tema di rifiuti e, in particolare, di incenerimento (o termovalorizzazione?) di rifiuti nessuno ha il coraggio di porsi le domande giuste.


”MatteoQuello relativo all’incenerimento dei rifiuti è un argomento che mi interessa particolarmente perché l'incenerimento è il primo tema di cui mi sono occupato, ormai 16 anni fa, quando ho cominciato ad occuparmi di diritto dell’ambiente.

Nel tempo ho fatto molte ricerche normative, mi sono documentato, ho scritto anche diversi altri articoli sul tema (v. fondo del post): posso dire che, quando parlo di incenerimento, ne parlo con cognizione di causa e non solo dal punto di vista giuridico. 

E' per questo motivo che, di fronte alle ennesime prese di posizione aprioristiche – pro o contro incenerimento dei rifiuti, o come preferiscono dire in televisione, in modo più accattivante ma non corretto dal punto di vista giuridico: termovalorizzazione dei rifiuti – e alle liti fra il Movimento 5 stelle (assolutamente contrario) e il suo partners di Governo, la Lega (aprioristicamente favorevole), mi domando: 

"Perché il M5S e la Lega, sul tema incenerimento dei rifiuti, non si pongono alcune domande, prima di dare delle risposte inadeguate?".

Piccola premessa: in materia di rifiuti, lo stesso ragionamento vale per tutte le altre forze politiche, che si sono succedute alla guida del Governo negli anni passati. La mia non è una critica a questo Governo, ma a tutta la nostra politica, nel suo complesso. E, per dimostrarlo, riporto qui il link ad un mio precedente articolo - pubblicato su Edicola Professionale Ipsoa - in cui, patendo da una precedente critica allo #SbloccaItalia voluto da Matteo Renzi, mi chiedevo il perché di un decreto sull’individuazione a livello nazionale della capacità complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati, con l'indicazione espressa della capacità di ciascun impianto, e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo. Nell'articolo, dopo aver analizzato l’intero iter di quel faticoso parto legislativo, mi domandavo, proprio come lo si fa adesso, perché il legislatore continua a non porsi le domande che andrebbero poste...

In questo post, voglio invece richiamare le mie conclusioni, già pubblicate sul blog Natura Giuridica in cui, anche per “sdrammatizzare” un argomento divisivo come quello relativo all’incenerimento dei rifiuti richiamavo una citazione ironica, tratta da un famoso romanzo di fantascienza umoristica: 42 è la risposta! Ma a quale domanda? 

Allora, quella bozza di decreto mostrava almeno due grosse criticità:"
• a volte in modo palese, ad esempio laddove il legislatore continua a volersi riferire al fatto che tali impianti di “termovalorizzazione” “costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, e realizzano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantendo la sicurezza nazionale nell'autosufficienza del ciclo di gestione integrato dei rifiuti”;
 • a volte in modo più sfumato, e quindi potenzialmente ancora più pericoloso, sotto forma riferimento a forze esogene (l'Europa), per giustificare qualsiasi decisione, specie se impopolare; l’utilizzo approssimativo di una terminologia non sempre coerente, sia che si tratti di “terminologia di dettaglio”, sia che si tratti di definizioni anche all’apparenza più cogenti, sia che si tratti, infine, di espressioni dirimenti per capire il contesto operativo; il pedante richiamo ad una gerarchia di gestione dei rifiuti diversa da quella reale, e modellata sulla base degli obiettivi (ehm: interessi) che si intendono raggiungere; la possibilità preventivata di revisionare periodicamente le previsioni del decreto, salvo farlo soltanto “in presenza di variazioni documentate” (in sostanza: solo a consuntivo, e non in base alle previsioni delle programmazioni regionali per il futuro…); la nuova formulazione delle disposizioni finali (comma 6), laddove il legislatore stabilisce che per le modifiche del decreto, si debba tener conto anche delle politiche in atto relative alla dismissione di impianti o alla riduzione di capacità di incenerimento per le sole regioni caratterizzate da una sovraccapacità di trattamento rispetto al relativo fabbisogno di incenerimento". 

Inoltre individuavo incongruenze/contraddizioni: 

"La più evidente – ma non per chi ha ipotizzato queste risposte – è quella che non riesce a rispondere alla seguente domanda, per il semplice fatto di non essersela posta: perché puntare sull’incenerimento dei rifiuti, con questa presunta fretta “non operativa” (ma senz’altro con frettolosità), in un momento in cui la produzione di rifiuti è in netto calo? 

E/ma soprattutto, perché puntare in questo modo così “cautelativo” sugli inceneritori che, per definizione, hanno una continua necessità di ricevere rifiuti, e per stessa ammissione del legislatore in passato sono stati sovradimensionati? Non si tratta, con tutta evidenza, delle domande che chi legifera dovrebbe porsi prima di intraprendere un percorso normativo, quanto piuttosto di interrogativi ex post che sorgono dalla lettura di queste risposte… 

Viene da chiedersi, inoltre, ad esempio:
- perché, stando così le cose, il legislatore afferma, in premessa, che “l’individuazione di un fabbisogno basato su percentuali di raccolta differenziata minori rispetto al 65 per cento e senza tener conto degli obiettivi di ulteriore riduzione di rifiuti urbani e assimilati, determinerebbe una capacità impiantistica sovradimensionata rispetto alle esigenze nazionali”? Senza contare il fatto che “gli impianti di trattamento preliminare hanno una capacità spesso superiore rispetto al fabbisogno di trattamento calcolato su una quantità di rifiuti residui derivanti da una raccolta differenziata a norma di legge”. 
- perché non si coordina la sedicente “strategia dell’incenerimento” (o incenerimento delle strategie?) con quanto di recente approvato con la legge sulla green economy, la quale prevede una serie di interventi che vanno in assoluta controtendenza rispetto a questa bozza di decreto?" 

Anche allora, sottolineavo l’assenza di qualsiasi connessione con gli scenari delineati nel “Pacchetto sull’economia circolare”, adottato dalla Commissione europea il 2 dicembre 2015 per promuovere la transizione dell'Europa verso un'economia circolare che aumenterà la competitività globale, sosterrà la crescita economica e genererà nuova occupazione. 
Il pacchetto – che contiene alcune proposte legislative riviste sui rifiuti nonché un piano d'azione globale, sulla base di una visione chiara e ambiziosa di lungo termine per aumentare il riciclaggio e ridurre il collocamento in discarica – parla anche di incenerimento, ma in termini (non mistificatori) più realistici, anche se utilizza il termine termovalorizzazione in modo giuridicamente border line… Alla precisa domanda (“Nell'ambito di queste proposte è ancora permesso l'incenerimento dei rifiuti?”) la Commissione, infatti, risponde affermando che “se non è possibile evitare di produrre rifiuti né è possibile riciclarli, recuperarne il contenuto energetico è di norma preferibile al collocamento in discarica, sia sotto il profilo ambientale che economico. Vi è quindi spazio per la termovalorizzazione, che contribuisce a creare sinergie con le politiche unionali in materia di energia e clima, ma sempre seguendo i principi della gerarchia dei rifiuti stabilita dall'UE. La Commissione esaminerà come ottimizzare questa pratica, senza compromettere il potenziale di realizzazione di tassi di riutilizzo e di riciclaggio più elevati e come sfruttare al meglio tale potenziale energetico. A tal fine la Commissione adotterà un'iniziativa sulla termovalorizzazione nell'ambito dell'Unione dell'energia”. 

Si tratta, in sostanza, di una questione di numeri. Già in quella bozza i conti non tornavano, anche soltanto considerando "il trend decrescente della produzione di rifiuti: a ciò si deve aggiungere che non vi è nessuna revisione dei calcoli per le Regioni con nuove programmazioni in corso di preparazione e che anche la terminologia utilizzata – non ulteriormente specificata – lascia ampi margini di movimento, sia in relazione ai presupposti localizzativi, sia con riguardo alla vera e propria realizzazione “di un sistema moderno ed integrato di gestione dei rifiuti urbani ed assimilati”. 

La normativa, specie quella ambientale, non ha bisogno di continui ritocchi di facciata, ma di essere emanata sulla base di dati precisi e di scelte strategiche. 

Di seguito, per i più curiosi, alcuni link agli articoli che ho pubblicato sul tema dei rifiuti: i post sull'incenerimento all'interno di questo stesso blog e poi:

Il nuovo incenerimento dei rifiuti alla luce delle modifiche introdotte dallo #SbloccaItalia: aguzzate la vista ... (Ambiente & sviluppo n. 1/2015)
Sblocca Italia e news ambientali: novità all’insegna di cosa? (Ambiente & sviluppo n. 11/2014) 
Emergenza rifiuti e diritti dell'uomo: quale tutela? (nota a TAR Campania n. 676/2012 e a CEDU 10 maggio 2012) (Ambiente & sviluppo n. 7/2012)
Ambiente, concorrenza e spedizioni di rifiuti destinati al recupero (Ambiente & sviluppo n. 4/2005) 
La Corte di Giustizia su incenerimento di rifiuti e recupero energetico (Ambiente & sviluppo n. 8/2003) 
Incenerimento con recupero di energia: procedimenti davanti alla Corte di Giustizia CE (Ambiente & sviluppo n. 2/2003) 




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HSE Manager: ruolo e mansioni

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HSE MANAGER

Prosegue la serie di articoli sulle nuove professioni green, pubblicati su ingegneri.info.
Questa volta descriviamo la figura dell'HSE manager.

L’HSE Manager è una delle figure professionali più richieste sul mercato; tuttavia, trattandosi di una professione non regolamentata, non esiste né una definizione né un preciso ambito di operatività. HSE, infatti, è l’acronimo di “Health, Safety & Environment”, e il manager HSE è stato spesso considerato un “tuttofare” all’interno dell’azienda. 
Per superare queste difficoltà, qualche mese fa l’UNI – Ente Italiano di Normazione – ha approvato un documento sulle attività professionali non regolamentate, relativo al professionista in ambito HSE, stabilendo alcuni requisiti di conoscenza, abilità e competenza che, secondo l’Ente, l’HSE manager dovrebbe avere. 

Chi è l’HSE Manager 

L’HSE Manager può avere una prevalenza di compiti di carattere strategico oppure di natura operativa: nella realtà si assiste a situazioni molto eterogenee fra di loro, dove la distribuzione tra compiti gestionali-strategici e gestionali-operativi varia a seconda delle caratteristiche delle organizzazioni, del contesto in cui esse operano e della loro cultura organizzativa in ambito HSE. 
Il Manager HSE, in funzione dei propri compiti ed attività prevalenti, supporta l’organizzazione: 
  • sia nella fase preventiva, nella definizione della strategia aziendale/imprenditoriale, anticipando i rischi delle diverse alternative decisionali, 
  • sia nella fase operativa, nella gestione e nell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi per i lavoratori, per l’ambiente e per il patrimonio aziendale (funzionalità ex post), coerentemente con le normative vigenti. 
Nonostante l’articolazione ultima dei compiti e delle relative attività alle quali questa figura professionale deve far fronte dipenda dalle caratteristiche dell’organizzazione nella quale si trova ad operare (che possono variare in termini di settore di appartenenza, di processi, di dimensione territoriale, di numero di sedi od unità locali in Italia e/o all’estero, di dimensioni per fatturato o forza lavoro e di risorse economiche disponibili), è possibile definire una lista di compiti e attività fondamentali che qualificano questa figura professionale e che sono dei descrittori oggettivi del ruolo del Manager HSE. 
 
Per un approfondimento, vi rimando all'articolo originale:

Qua sotto trovate i link ai singoli paragrafi





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La consulenza ambientale e le nuove professioni green

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Le nuove professioni green: oggi la prima uscita su ingegneri.info

Oggi sulle pagine del portale www.ingegneri.info è stato pubblicato il mio primo articolo - quello introduttivo - sulle nuove professioni green.
Sottotitolo:perché la green economy ci chiamerà - anzi, ci ha già chiamato a una nuova concezione della professione. E come possiamo essere protagonisti.

Qui di seguito un breve estratto.
La rete pullula di brevi articoli in cui si parla, con una certa, ma giustificata, enfasi, dei “100 lavori del futuro”, quasi tutti legati alla green economy, “dalla A dell’account esperto in marketing ambientale alla Z dello zoonomo sostenibile”.
Si tratta, per lo più, di sintetiche elencazioni di mestieri che spesso, nella realtà di tutti i giorni, si tende a riassumere con il concetto di “consulenza ambientale”, un termine molto generico che non è in grado di far comprendere appieno – a volte neanche agli addetti ai lavori – di che cosa stiamo parlando.
Basta digitare la stringa “consulenza ambientale” su un qualsiasi motore di ricerca (non solo) specialistico e subito compaiono centinaia di risultati eterogenei: dagli agenti agli ingegneri, dai chimici ai tecnici ambientali, dai giuristi ai biologi, passando per le svariate figure di “consultant”.

Ciò disorienta sia chi è alla ricerca di una consulenza, sia chi vuole proporre la sua professionalità.

Come orientarsi, allora, nei meandri delle nuove professioni green?

Nell'articolo sono elencati i motivi per i quali Ingegneri.info ha deciso di dedicare spazio alle nuove professioni verdi: in estrema sintesi, per aiutare a capire come l’ambiente rappresenti un’ottima opportunità professionale e a destreggiarsi fra offerta di lavoro e modalità per accedere a eventuali corsi, necessari per accedere ai nuovi green works

Lavori verdi che sono – vale la pena sottolinearlo fin da subito – connotati da una spiccata multidisciplinarietà e da una forte carica di innovazione...

Per un approfondimento vi rimando all'articolo originale: "La consulenza ambientale e le nuove professioni green": buona lettura!



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Határon átnyúló hulladékszállítás: hulladékkezelő külföldi vállalatok igazgatási szolgáltatásai (lakóhely, tanácsadás, közigazgatási gyakorlat)

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205/2010 jogalkotási rendelet bevezetésre került a külföldi vállalkozások számára, akik hulladék behozatalát vagy kivitelét akarják Olaszországból vagy Olaszországba, az ehhez tartozó kötelezettségek:

  • regisztrálni a Környezetvédelmi Operatív Országos Nyilvántartásába (National Register of Environmental Operators) (ANGA);
  • másodlagos irodát nyitni Olaszországban

Az utóbbi eljárásmód leegyszerűsítése érdekében az ANGA nyilvántartása körlevelet adott ki amely a másodlagos iroda megnyitásával egyenértékűvé tette az úgynevezett lakhelyet, azzal a képességgel, hogy postai levelezést lehet folytatni azaz küldeni és fogadni az adott helyről és helyre.

Ez azt jelenti, hogy a vállalatnak nem kell másodlagos irodát megnyitnia Olaszországban, hanem minden olyan bérleti és igazgatási költséget, amely egy másodlagos irodát foglal magában, de egyszerűen csak lakást választ, ahol minden levelezést megkap, és kezelheti az összes folyamatot.

Figyelmeztetés: kérjük, vegye figyelembe, hogy jelentős változások folynak ezen a területen.

Frissítés: kérjük, vegye figyelembe, hogy a határokon átnyúló hulladékszállítás terén 2016 júliusában az ANGA új állásfoglalásával létrehozott nyilvántartás új működési kritériumokat állapított meg azon külföldi vállalatok számára, amelyek hulladékot szállítanak Olaszországból.

Az új fegyelem:

  • Előírja, hogy azok a vállalatok, amelyek a 6. kategóriába kívánnak belépni ("Kizárólag határokon átnyúló hulladékszállítást végző vállalatok") kizárólag regionális vagy tartományi területi illetékességi részlegen keresztül, kizárólag számítógépen keresztül nyújtsanak be kérelmet, amennyiben Olaszországban másodlagos vagy lakóhellyel rendelkező székhellyel rendelkeznek, vagy abban az esetben, a lakóhelye e-mail címre (Pec) a választott regionális vagy tartományi részre;
  • Megállapítja a járműveknek és a személyzetnek a 6. kategóriába történő bejegyzésre vonatkozó minimális ellátását, amelyet a jármű teljes hasznos terhelése alapján azonosítanak a hulladéktérfogat tekintetében a regisztrációs osztályok szerint;
  • Bevezeti az állandó pénzügyi követelményeket az, mielőtt üzemképes
  • Megismétli, hogy - a szakmai követelmények értékelésére vonatkozó kritériumokról, a műszaki vezető bevonásának feltételeiről és a képesítések más EU-tagállamok általi szükséges elismeréséről szóló döntésekig - a műszaki igazgató felvételét a jogi képviselő veszi át;
  • átmeneti rendelkezéseket állapít meg. Különösen azok a vállalatok, amelyek már rendelkeznek a regisztrációs átvételi elismervénnyel, az új kérelmet (az új rendelkezések betartása érdekében) 2017. február 12-ig, vagy a határozat hatálybalépésétől számított 120 napon belül kell benyújtaniuk a nyilvántartásból való kivonás miatt.
Frissítés: a 2017. október 15-én már nyilvántartásba vett vállalatok esetében a kiigazítás megszerzésének határidejét 2017. szeptember 30-ig elhalasztották

A Natura Giuridica cég környezetvédelmi tanácsadást nyújt olyan külföldi vállalatok számára, amelyek teljes mértékben támogatják a hulladék Olaszországba irányuló importját és exportját:
·         az összes A.N.G.A előfizetési szolgáltatás;
·         telepítés;
·         a jogi, adminisztratív és műszaki tanácsadás

Annak érdekében, hogy a külföldi vállalkozás megfeleljen az olasz szabályozásnak (megnyugvással a DLg 152/2006 rendeletben előírt, a jogellenes hulladékszállításra vonatkozó szankciók nem merültek fel) és a költségeket a lehető legnagyobb mértékben tartalmazza.

Valójában lényegesen olcsóbb:

  • rendszeres díjat számít fel a levelezés és a levelezés kezelése, mint egy valódi másodlagos székhely megnyitása!
  • a szabálytalanságok elkerülése érdekében támaszkodhat az e területen dolgozó szakemberekre.
A szolgáltatás igénybevételéhez forduljon Andrea Quaranta, a Natura Giuridica tulajdonosához, és kérjen árajánlatot.

Ne hagyja, hogy határokon átnyúló hulladékszállítása véletlenül megmaradjon: kérjük, lépjen velünk kapcsolatba, és követjük Önt, és lépésről lépésre dolgozni fogunk az Ön vállalkozásában.



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La prima sentenza sul reato di inquinamento ambientale: la Cassazione offre un primo spunto interpretativo

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La confusa vittoria di Pirro della legge sugli ecoreati 
Nel commentare la nuova normativa sugli ecoreati, un paio di anni fa nelle pagine della rivista Ambiente e sicurezza sul lavorohttps://www.insic.it/Rivista-Ambiente-e-Sicurezza-sul-lavoro (EPC) sono stati evidenziati i limiti di una riforma che, al di là dei titoloni e di una certa propaganda, e al netto dei condivisibili e condivisi propositi, si era dimostrata ampiamente rimaneggiata, anche e soprattutto perché figlia del consueto modus legiferandi, infarcito di: 
  • vaghezze terminologiche (come misurare e quantificare la compromissione o il deterioramento significativi e misurabili […] e le porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo?);
  • elementi contraddittori (ve lo ricordate l’avverbio “abusivamente”?); 
  • sconti (ulteriori, rispetto a quelli originariamente previsti) di pena; 
  • possibilità di “eliminare la contravvenzione” e di “restringere sostanzialmente” il campo di applicazione della disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale; 
ed accompagnato dal mutamento del ruolo del tecnico della PA, dal ruolo (e dal potere) concesso di fatto al contravventore (che può chiedere che il termine stabilito dall’organo di vigilanza per la “regolarizzazione” possa essere prorogato fino a sei mesi), e via discorrendo. 

A due anni di distanza la Cassazione (n. 46170/2016) si è pronunciata per la prima volta su uno dei temi “caldi” della legge n. 68/2015: quello relativo alla fattispecie a cavallo fra il disastro ambientale e “i fatti di minore rilievo”, ovvero il nuovo delitto di “inquinamento ambientale”. 
E lo ha fatto con una sentenza che, pur mettendo alcuni puntini sulle “i”, mette soprattutto in rilievo (in filigrana) le difficoltà – da parte degli organi giudiziari – di interpretare le nostre leggi, e di contestarle in modo adeguato. 
La prima sentenza della Cassazione sull’inquinamento ambientale: a) i fatti 
 La sentenza trae origine da un’istanza di riesame contro un decreto di sequestro preventivo avente ad oggetto una porzione di fondale ed un cantiere a La Spezia: il reato ipotizzato era quello di cui all’art. 452-bis del codice penale, ovvero il nuovo reato di “inquinamento ambientale”. 
In estrema sintesi – questa era l’ipotesi accusatoria – una società avrebbe omesso di rispettare le norme contenute nel progetto di bonifica dei fondali di due moli. 
Norme che prevedevano particolari accorgimenti per limitare l’intorbidimento delle acque. 
Il Tribunale, in particolare, aveva precisato che: 
  • erano stati registrati “elementi di torbidità estremamente elevati e superiori al consentito”; 
  • era stata rilevata una significativa contaminazione di metalli pesanti ed idrocarburi policiclici aromatici; 
  • vi era la piena consapevolezza, da parte dei responsabili dell’azienda incaricata dei lavori, della condotta abusiva; 
  • le modalità di esecuzione dei lavori erano conseguenza di una precisa scelta imprenditoriale, il cui fine era quello di concludere celermente l’intervento, abbattendo i costi ed ottenendo, così, un maggiore profitto e che detta attività, all’atto del sequestro, si era protratta per oltre dieci mesi. 
“Sulla base dei dati appena sintetizzati”, tuttavia, conclude la Cassazione la parte in fatto, “dunque, il Tribunale ha fondato il proprio giudizio, escludendo la sussistenza del fumus del reato per le ragioni indicate in premessa ed oggetto di censura in ricorso”
Ma dal testo della sentenza, sopra sintetizzato, si fa al contrario fatica a capire siano tali ragioni, e soprattutto il perché di una tale decisione: sta di fatto che, in ogni caso, la Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza, per i motivi che riassumerò nel prossimo paragrafo. 
b) l’interpretazione dell’art. 452-bis del codice penale: l’abusività della condotta; i riferimenti quantitativi e la (tendenziale?) irrimediabilità 
Tralasciando, in questa sede, l’analisi dettagliata di quanto detto dalla Cassazione in merito all’ipotizzato (dal PM) travalicamento, da parte del Tribunale del riesame, dell’ambito della cognizione ad esso attribuita dalla legge, occorre focalizzare l’attenzione sulla correttezza dell’interpretazione offerta dagli stessi giudici del riesame in merito all’art. 452-bis del codice penale. 
La Corte richiama una copiosa giurisprudenza, che ha affermato che “quanto alla valutazione sull'elemento soggettivo del reato si è ripetutamente affermato che il controllo demandato al giudice del riesame sulla concreta fondatezza dell'ipotesi accusatoria secondo il ricordato parametro del fumus del reato può riguardare anche l'eventuale difetto dell'elemento soggettivo, purché di immediato rilievo (ex multis, Sezione 6, n. 16153 del 6 febbraio 2014). Il sequestro preventivo è legittimamente disposto in presenza di un reato che risulti sussistere in concreto, indipendentemente dall'accertamento della presenza dei gravi indizi di colpevolezza o dell'elemento psicologico, atteso che la verifica di tali elementi è estranea all'adozione della misura cautelare reale (Sezione 6, n. 45908 del 16 ottobre 2013) Sulla base di tali premesse, la Cassazione ha ritenuto che “il Tribunale ha certamente fatto buon uso dei suddetti principi […] procedendo ad una completa verifica della sussistenza degli elementi costitutivi del reato ipotizzato, tra i quali ovviamente rientra anche l'evento, che però ha motivatamente escluso. Di conseguenza – chiosa la Cassazione – il Tribunale non ha travalicato i limiti della propria cognizione e non ha operato una valutazione piena del merito, essendosi limitato a rilevare l'assenza di una compromissione o di un deterioramento consistente e quantificabile
In considerazione dell’importanza del tema, dapprima la Cassazione ha effettuato un richiamo riassuntivo alla nuova normativa, quindi ha: 
  1. evidenziato che il Tribunale ha ritenuto sussistente il requisito della "abusività" della condotta;
  2. ricordato (in relazione la requisito dell’abusività della condotta, richiesto anche da altre disposizioni penali, come il traffico illecito di rifiuti), che “sussiste il carattere abusivo qualora essa si svolga continuativamente nell’inosservanza delle prescrizioni delle autorizzazioni, il che si verifica non solo allorché tali autorizzazioni manchino del tutto (cosiddetta attività clandestina), ma anche quando esse siano scadute o palesemente illegittime e comunque non commisurate al tipo di rifiuti ricevuti, aventi diversa natura rispetto a quelli autorizzati”. Si tratta di principî senz’altro utilizzabili anche in relazione al delitto di inquinamento ambientale, precisa la Cassazione: del resto anche la dottrina “ha riconosciuto un concetto ampio di condotta abusiva, comprensivo non soltanto di quella posta in essere in violazione di leggi statali o regionali, ancorché non strettamente pertinenti al settore ambientale, ma anche di prescrizioni amministrative”
  3. sottolineato che le acque sono espressamente contemplate dall’articolo 452-bis Codice penale senza alcun riferimento quantitativo o dimensionale, anche se “l’estensione e l’intensità del fenomeno produttivo di inquinamento ha comunque una sua incidenza, difficilmente potendosi definire «significativo» quello di minimo rilievo, pur considerandone la più accentuata diffusività nell’aria e nell’acqua rispetto a ciò che avviene sul suolo e nel sottosuolo”
Sulla base di queste premesse – sintetizza la Cassazione – il Tribunale ha messo in dubbio il fatto che l’esito delle condotte accertate abbiano effettivamente determinato quella compromissione o un deterioramento significativi e misurabili che la norma richiede, e che la Cassazione analizza nel prosieguo della sentenza, qui di seguito sintetizzati. 
Innanzitutto, la Cassazione precisa che, nell’individuazione del significato concreto da attribuire ai termini «compromissione» e «deterioramento» non assumono decisivo rilievo né la denominazione di «inquinamento ambientale» attribuita dal Legislatore al reato in esame, né la definizione di inquinamento di cui al Testo Unico Ambientale né, infine, l’utilizzazione del medesimo termine in altre discipline di settore. 
E allora “l’indicazione dei due termini con la congiunzione disgiuntiva «o» svolge una funzione di collegamento tra i due termini — autonomamente considerati dal Legislatore, in alternativa tra loro — che indicano fenomeni sostanzialmente equivalenti negli effetti, in quanto si risolvono entrambi in una alterazione, ossia in una modifica dell’originaria consistenza della matrice ambientale o dell’ecosistema caratterizzata, nel caso della «compromissione», in una condizione di rischio o pericolo che potrebbe definirsi di «squilibrio funzionale», perché incidente sui normali processi naturali correlati alla specificità della matrice ambientale o dell’ecosistema ed, in quello del deterioramento, come «squilibrio strutturale», caratterizzato da un decadimento di stato o di qualità di questi ultimi”. 
Detto altrimenti, secondo la Cassazione: 
  • non assume rilievo l’eventuale reversibilità del fenomeno inquinante, se non come uno degli elementi di distinzione tra l’inquinamento ambientale e il disastro ambientale
  • l’assenza di espliciti riferimenti a limiti imposti da specifiche disposizioni (o perché no, a particolari metodiche di analisi) consente anche di escludere l’esistenza di un vincolo assoluto per l’interprete correlato a parametri imposti dalla disciplina di settore, anche se tali parametri rappresentano comunque un utile riferimento … 
Il Tribunale, invece ha ritenuto di qualificare i richiesti requisiti della compromissione o del deterioramento come condizione di «tendenziale irrimediabilità» - caratterizzata da «situazioni di strutturali e non provvisorie inabilità del bene rispetto alle sue funzioni», evidenziando anche la rilevanza del danno che caratterizza la condotta – che invece la norma non prevede. 
E, secondo la Cassazione, le “pur accurate” osservazioni non bastano, perché fondate su un presupposto errato. 
Per questo motivo ha annullato l’ordinanza con rinvio, con una sentenza che, in fin dei conti ha messo qualche puntino sulle “i”, ha “rimesso in gioco” l’esito di questa vicenda e contiene indicazioni che sono di sicuro aiuto, anche se non sufficienti, all’interprete. 
Ma in ogni caso, e “per come siamo messi”, con questa normativa non si può prescindere da valutazioni tecniche “molto spinte”: 
  • sia nel merito (discrezionalità e incertezza la fanno da padroni, in questo ambito) 
  • che nelle tempistiche (molto lunghe, in ogni caso lontane anni luce dalle esigenze di celerità, almeno teorica, della giustizia), 
che non aiutano alla comprensione (e alla risoluzione) delle problematiche ambientali, specie se: 
  • connesse, come nel caso analizzato nella sentenza, con una “significativa contaminazione di metalli pesanti” e 
  • caratterizzate dalla “piena consapevolezza” della condotta abusiva e dalla correlata “precisa scelta imprenditoriale”, volte ad abbattere i costi, nella “speranza” di non essere beccati o, alla mal parata, di poter dire di inquinare in modo non “tendenzialmente irreversibile”, e sfangarla alla stregua di un fatto di minor rilievo…


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Prevenire costa meno che curare: la consulenza giuridica in materia di diritto dell'ambiente

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Avete un’attività di gestione di rifiuti?

Bene, allora sapete già che dovete tenervi informati, conoscere ogni novità normativa, innanzitutto, ma anche giurisprudenziale: le principali sentenze in materia di rifiuti emesse da Cassazione, TAR e Consiglio di Stato.
Dovete insomma essere sempre sul pezzo.

La normativa in materia di gestione dei rifiuti è complessa? Non posso che essere d’accordo con voi.
Ma deve essere applicata, e dinnanzi ad un giudice – perché è facile finire, anche inconsapevolmente, nelle maglie della giustizia – non potete invocare la complessità della normativa per sfuggire alle sanzioni, amministrative o penali che siano.

Ma procediamo con calma, e per gradi.

Il diritto dell’ambiente continua ad essere aggiornato, modificato, integrato, integrato e sostituito: questa situazione, unita al fatto che possono esistere discipline differenti da regione a regione, e che anche la normativa nazionale è scritta in modo non sempre chiaro, non facilita certo la sua osservanza e la sua applicazione.
In altri termini, è estremamente facile sbagliare ed incorrere in sanzioni, ma la complessità e la nebulosità della normativa non sono motivazioni valide per sfuggire alle sanzioni.
Non si può ricorrere alla buona fede, per difendersi innanzi al giudice.

Di recente, due sentenze della Cassazione (n. 2996/2017 e n. 2246/2017) hanno ribadito questo concetto fondamentale, che vale per chi gestisce in modo professionale i rifiuti, ma è applicabile a tutti coloro che, a diverso titolo, devono sottostare alle stringenti regole del diritto dell’ambiente.

I due protagonisti delle sentenze avevano effettuato:
  • in un caso, attività di trattamento e recupero di rifiuti speciali non pericolosi, e
  • nell’altro, raccolta, trasporto e commercio non autorizzati di rifiuti metallici,
in assenza di titolo autorizzativo e di iscrizione nell’Albo Nazionale dei Gestori ambientali.

Varie le motivazioni addotte dagli imputati, che facevano leva proprio sulla buona fede:
“è poco che mi occupo di queste faccende”;
“la normativa è complicata e presenta rilevanti connotati di equivocità”
“si tratta di errore inevitabile”;
“i rifiuti trattati sono pochi”,
e così di seguito …..

Secondo la Cassazione tali argomentazioni sono estremamente generiche: la Corte non arriva a dire che si tratta di un atteggiamento infantile, ma il senso è quello.

Si tratta, e qui esprimo la mia opinione frutto di oltre 15 anni di esperienza nella consulenza giuridica in materia di diritto dell’ambiente, di un atteggiamento che deriva da un approccio anacronistico rispetto alle problematiche connesse con la gestione del rischio ambientale.

La prima obiezione che mi viene mossa quando prospetto ai clienti – non importa se di grandi o piccole dimensioni – l’ipotesi di costruire un sistema di gestione ambientale è la seguente:
“si, ma qui vedo solo costi, che dovrei sostenere per far fronte a situazioni del tutto eventuali…”

È una reazione che io definisco “miopia prospettica d’impresa”, e che consiste nell’aver una scarsissima visione di medio-lungo periodo del proprio business.

Di fronte a questa prima reazione propongo un’argomentazione più pratica: prescindiamo per un momento dalle “motivazioni ambientalistiche”, dal quanto ciascuno di noi tenga alla salvaguardia del pianeta, e passiamo alle motivazioni meramente economiche.
Il portafoglio.

Prevenire è importante perché non si prevengono solo “generici danni all’ambiente” – un concetto per molti ancora troppo astratto – ma soprattutto perché si prevengono i danni economici (che ci sono sempre), quelli di immagine, per non parlare dei contenziosi con le Pubbliche Amministrazioni…

Prevenire è meglio che curare, sintetizzava con efficacia una pubblicità di tanti anni fa.

E aggiungo che, a conti fatti, prevenire costa meno che curare, da qualsiasi angolo visuale voi vogliate guardare la situazione.

In ogni caso, ci pensa la Cassazione a ricordarvelo.
Cassazione che, nel redigere il testo delle sentenze, sembra quasi ispirarsi ad Arthur Donan Doyle, che ne “Le avventure si Sherlock Holmes” sosteneva che “nulla è più innaturale e sfuggevole dell’ovvio”. 

Perché ciò che è ovvio per un soggetto (ad esempio, il legislatore, nel momento in cui legifera), può non esserlo, e spesso non lo è, per un altro (ad esempio, per gli operatori del settore, nell’ osservare le leggi).
E in assenza di una normativa chiara, potete presumere di poter agire correttamente, salvo poi scoprire che ciò che consideravate corretto era in realtà frutto di una vostra libera (o giustificabile) interpretazione.
Con tutte le conseguenze burocratiche, amministrative, temporali, sanzionatorie ed economiche del caso.

Il punto focale è, allora, probabilmente proprio quest’ultimo: presumere troppo, supporre. Ovviamente in buona fede, anziché chiedere aiuto ad uno specialista del diritto ambientale. Come me.
Perché, allora, non affidarvi ad uno specialista in grado di prevedere, e di prevenire i danni?
*°*
Ecco alcuni passi delle due sentenze.

In tema di ignoranza della legge penale, la Corte (n. 2996/2017) afferma che “per il comune cittadino tale condizione è sussistente, ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia.
Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una “culpa levis” nello svolgimento dell’indagine giuridica.
Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto“(Sez. U, n. 8154 del 10/06/1994, P.G. in proc. Calzetta, Rv. 19788501)”.

Avete capito?
Un comportamento positivo consiste proprio nell’adottare misure di prevenzione e di gestione del rischio ambientale, avvalendosi di esperti giuristi ambientali.

Comunque, prosegue la Cassazione: 

  •       l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale non si configura quando l’agente svolge una attività in uno specifico settore rispetto al quale ha il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente, e 
  •    l’ignoranza, da parte dell’agente, sulla normativa di settore e sull’illiceità della propria condotta è idonea ad escludere la sussistenza della colpa se indotta da un fattore positivo esterno ricollegabile ad un comportamento della pubblica amministrazione, ovvero ad una precedente giurisprudenza assolutoria o contraddittoria o ad una equivoca formulazione del testo della norma.
Inoltre, la prova della sussistenza della buona fede deve essere fornita dall’imputato, il quale ha anche l’onere di dimostrare di avere compiuto tutto quanto poteva per rispettare la norma violata.

E infine: né il carattere di frammentarietà di una disciplina normativa, né il fatto che sull'applicazione della stessa si siano formati diversi orientamenti, tanto da giustificare l'emanazione di una norma di interpretazione autentica, possono essere invocati a causa di ignoranza incolpevole della legge penale, o comunque della legge integratrice del precetto penale, facendo venir meno l'elemento soggettivo del reato, quando il soggetto che svolga professionalmente una specifica attività non abbia dimostrato di aver fatto tutto il possibile per richiedere alle autorità competenti i chiarimenti necessari e per informarsi in proprio, ricorrendo ad esperti giuridici, con ciò adempiendo allo stringente dovere di informazione sullo stesso gravante (Cassazione Penale, n. 2246/2017).

Ne va del vostro futuro, e della vostra serenità.

Prevention is now, before tomorrow


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