lunedì, marzo 15, 2010

Emergenze rifiuti dal 1994

Ho fatto un giro in rete, alla ricerca di qualche commento sulla recente, nuova condanna dell’Italia in materia ambientale del marzo 2010 (nella fattispecie, in relazione alla gestione dei rifiuti in Campania, perennemente emergenziale), sperando di trovare, finalmente, qualcosa di serio, di approfondito.

Inutile dirvi che, quando non mi sono imbattuto in rapidissimi flash, o in articoli da giornalismo della pro loco, a farla da padrone sono stati i “commenti” dei tanti facinorosi fan dell’una e dell’altra sponda: per farvi una vaga idea, leggete il "qualunquismo coatto e disinformato de noantri", dove l’analisi è bandita, la volgarità spiccia dilaga, e il servilismo di bandiera sventolato come un trofeo di cui andare fieri.

Eppure non ci vuole la scienza infusa per capire che la gestione dei rifiuti è un problema serio – e lungi dall’essere risolto – sul quale non si possono e non si devono neanche azzardare i soliti, nostrani e ruspanti battibecchi da bar sport, e pensare di aver risolto il problema “emergenza rifiuti”.

Avete visto la puntata “sole-vento-alberi” di Presa Diretta, lo scorso 7 marzo 2010?
Iacona ha sottolineato, mille e mille volte, quasi “meravigliato”, che negli altri paesi, su questioni di vitale importanza come la tutela dell’ambiente, tutte le forze politiche convergono, fanno fronte unico, e si impegnano nella progettazione di un futuro (e di uno sviluppo) sostenibile, di un progetto di vita concreto, di un modello di società umano.
Da noi, oltre il parassitismo di una politica litigiosa, e la opprimente presenza di una burocrazia ammantata di ridicolo, non c’è che un deserto ideologico sterile, una “dignità fatta di vuoto”.

Proviamo a leggere insieme cosa ha detto la sentenza della Corte di Giustizia (C-297/08 - Emergenza rifiuti in Campania, condanna dell’Italia, liberamente scaricabile dal sito di Natura Giuridica, previa semplice registrazione a Natura Giuridica), e, quindi, a trarre delle semplici conclusioni logiche…
Una sentenza, è bene premetterlo, talmente lineare da risultare “imbarazzante”, come direbbe mio cognato: imbarazzante perché non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni…
La storia è arcinota, ma è meglio ripercorrere passo dopo passo la vicenda…viste le premesse, è ahimé necessario.

Dunque.

Siamo nel 1994, e la Campania deve fronteggiare un’emergenza rifiuti (v. tutti gli articoli del blog con che parlano di emergenza rifiuti): lo stato di emergenza, nel 1994, era stato dichiarato con il preciso scopo di effettuare rapidamente gli interventi finalizzati a superare quella che è stata comunemente definita la «crisi dei rifiuti in Campania»…
Rapidamente, perché si trattava di emergenza, da risolvere, quindi, nel più breve tempo possibile…

Dopo l’approvazione del piano di gestione dei rifiuti urbani, avvenuta però solo tre anni dopo, nel 1998 sono finalmente cominciate le procedure per l’indizione di una gara d’appalto per l’affidamento, per un periodo di dieci anni, del trattamento dei rifiuti ad operatori privati capaci di realizzare impianti:
  • per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti, il famoso CDR (v. gli altri post che parlano di CDR), e
  • per l’incenerimento (v. gli altri post che parlano di incenerimento) e termovalorizzatori.
Due anni dopo, e siamo così arrivati nel 2000, la Fibe, del gruppo Impregilo, si aggiudica gli appalti, ma, vuoi per l’opposizione di alcune popolazioni residenti (l’Italia è il paese dei tanti “no”),vuoi per la scarsa quantità di rifiuti raccolta e consegnata al servizio regionale, l’esecuzione del piano di gestione dei rifiuti ha trovato molti ostacoli, sulla via della sua realizzazione…
Per non parlare dei ritardi relativi alla costruzione di impianti che servivano per gestire l’emergenza, e delle carenze delle progettazioni: insomma, a sei anni dalla dichiarazione dello stato di emergenza, nell’impossibilità di trattare i rifiuti negli impianti ideati apposta per gestire l’ emergenza rifiuti in Campania, non rimaneva che riempire, a ritmi insostenibili, le discariche (v. gli altri post sulle discariche), per poi passare alle aree di stoccaggio disponibili.
Come a dire, mettere la polvere sotto il tappeto…

Dulcis in fundo, anche la camorra comincia a infiltrarsi, e così ecco che, lentamente, si avviano le inchieste della Procura della Repubblica di Napoli, volte a dimostrare la responsabilità per reati di frode nelle pubbliche forniture, i relativi sequestri giudiziari, che rendevano impossibile l’adeguamento delle attrezzature preposte per la risoluzione definitiva dell’emergenza rifiuti in Campania.
Quando si dice giudici comunisti ante litteram!

Questa, a grandi linee, la situazione di fatto che ha portato all’odierna sentenza.

Ma prima del ricorso, ci sono state molte discussioni fra i servizi della Commissione e le autorità italiane, per permettere a queste ultime di "giustificare" il ritardo, e soprattutto lo scempio del diritto dell’ambiente e della salute dei cittadini.
Uno scempio che le autorità preposte non hanno saputo fronteggiare nell’emergenza, né tanto meno nella gestione (che sarebbe dovuta essere) “post-emergenziale”, tanto che siamo ancora lontani dall’aver per lo meno individuato la via per uscirne.

Bene, in questo contesto (nel frattempo siamo arrivati al 2007…) il commissario delegato per l’emergenza rifiuti esponeva alla Commissione le ragioni che avevano condotto il Governo di un decreto legge che stabiliva «interventi straordinari per superare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania», che comprendevano, fra l’altro, la realizzazione di quattro nuove discariche nei comuni di Serre, Savignano Irpino, Terzigno e Sant’Arcangelo Trimonte.
2007, cioè 13 anni dopo la dichiarazione dell'emergenza rifiuti: o si tratta di un’emergenza anomala, o chi era preposto alla gestione dell’emergenza non ha la stessa percezione del tempo che abbiamo noi mortali cittadini, e “ragiona” per ere geologiche…
A meno che, anche in questo caso, qualche giudice burocrate ci abbia messo lo zampino, confondendo questa emergenza, nata nel 1994, con un’altra, coeva, emergenza, anch’essa tutt’ora lontana dall’essere risolta…

Ad ogni modo, secondo il commissario delegato per l’emergenza rifiuti, le misure eccezionali (ma applicate con una certa nonchalance, tipica di chi non si accorge della connessione di tutte le cose, e ostenta un inquietante ottimismo) erano necessarie «per scongiurare il pericolo di epidemie o altre emergenze sanitarie a tutela della salute della popolazione»; inoltre, lo stesso commissario:
  • riconosceva esplicitamente che «lo stato di crisi risulta[va] da ultimo acuito per la carenza di un’adeguata disponibilità di siti di discarica per lo smaltimento finale dei rifiuti» e
  • qualificava lo stato di emergenza come una situazione di «allerta sociale, di pericolo per i diritti fondamentali dei cittadini campani e di estrema attenzione anche sotto il profilo ambientale», poiché «le discariche abusive realizzate senza il controllo degli enti pubblici competenti, gli incendi spontanei e dolosi dei rifiuti abbandonati sta[va]no determinando la compromissione dell’integrità dell’ambiente per effetto dell’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera (in particolare diossina) e nel sottosuolo con pericolo di danni irreparabili alle falde acquifere».
Dunque: crisi, crisi, e sempre crisi.
Emergenza, insomma: una comoda scusa per giustificare la perenne applicazione di misure eccezionali.

A quel punto la Commissione, dopo 13 anni di manfrine politiche, interpretative, dilatorie, di facciata, ha deciso di diffidare l’Italia, resasi colpevole di non aver adottato misure sufficienti per assicurare un elevato livello di protezione dell’ambiente e della sanità pubblica e, in particolare, per stabilire una rete adeguata di impianti di smaltimento dei rifiuti.

Sono seguite repliche e “riunioni pacchetto”, nelle quali l’Italia si prefiggeva (prometteva: è più realistico...) di risolvere la situazione di crisi entro la fine del mese di novembre 2008, termine giudicato eccessivo dalla Commissione, che con un parere motivato invitava il nostro bel paese a stringere i tempi: un mese, dopo 14 anni di emergenza, sarebbe stato più che congruo.
Altre scuse (e nei pollai politici di quei giorni, anche tante accuse scaricabarile), fino alla decisione ultima di proporre ricorso alla Corte di Giustizia.
Nel prossimo post (Condanna dell'Italia per la non gestione dei rifiuti in Campania: le contestazioni e "le scuse") analizzeremo le posizioni delle due parti in causa.
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