Business blog di Scoble e Israel

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“Parla con me” non è solo il titolo di una fortunata trasmissione televisiva, ma anche il motto di qualsiasi blogger che si rispetti.
Il reale scopo di un blog deve essere infatti la ricerca di “dialogo”.
Nato come esperimento di “diario on line”, quindi con un taglio intimo e personale, scrivere su un blog equivale un po’ a imbucare un messaggio in una bottiglia e lanciare la bottiglia nel mare, desiderando che qualcuno raccolga la bottiglia e legga il messaggio.

Passato qualche anno dai primi diari on line, e meglio comprese le potenzialità di questo strumento, il concetto di blog si è evoluto, tanto che oggi si parla di business blog, ossia delle strategie con le quali è possibile – indirettamente, per esempio migliorando la percezione di un brand, oppure direttamente, offrendo spazi pubblicitari – trarre profitto da un blog.

Ma che cos’è dunque un blog? Una moda passeggera? Stante il panorama attuale, direi di no.
Un sistema “a buon mercato” (eufemismo usato dai detrattori per sminuire i blog, magari a vantaggio di “qualcosa” di più istituzionale: il classico sito web vetrina, per intenderci) per “farsi conoscere” dal grande pubblico? Non solo.


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Combustibile da rifiuti: una difficile gestione

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Il CDR, acronimo di combustibile da rifiuti, rappresenta uno dei concetti più controversi nella gestione dei rifiuti: qualificato, dopo annose discussioni dottrinal-filosofiche, come rifiuto speciale, continua ad essere al centro di dibattiti merceologici-qualitativi, da un lato, e burocratico-amministrativi, dall’altro.
Quale regime utilizzare?



Non è questa la sede opportuna per una disamina approfondita delle numerose problematiche giuridiche connesse a tale tipologia di rifiuto: in questa sede voglio limitarmi a segnalarvi questa recente sentenza del Consiglio di Stato (5916/08), chiamato a pronunciarsi su una sentenza del TAR Veneto con la quale era stato respinto il ricorso proposto per l’annullamento di una determinazione del settore ecologia della Provincia di Verona, in forza della quale una società era stata autorizzata all’attività di recupero rifiuti non pericolosi…


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Precauzione o proporzionalità? Questo è il problema

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Spesso si cade nell’errore di abbracciare un’idea, o una ideologia, e di smettere di ragionare con la propria testa, nel nome di dogmi (auto)impostici, di verità preconfezionate, di assurde contrapposizioni da tifoso di curva.

La vita di tutti i giorni, tuttavia, e per fortuna, è più complessa, e certe distinzioni manichee (che suddividono il mondo in bianco e nero; giusto e sbagliato, vero e falso….) lasciano il tempo che trovano.

Il dubbio amletico coinvolge, quasi sempre, anche il diritto ambientale, alla perenne ricerca di una soluzione a questa domanda: proteggere l’ambiente, anche a scapito degli interessi economici, degni di tutela costituzionale, o favorire lo sviluppo, anche a scapito delle esigenze della natura (come se fossero due entità del tutto estranee, senza punti di contatto e senza speranza di trovarne…)?

Perché non cominciare, invece, a cercare un nuovo approccio, che si ponga in un’ottica non di alternativa ma di condivisione?



In parte, questo è il messaggio che si legge nella sentenza del TAR Campania, n. 3727/09, relativa ad un presunto inquinamento atmosferico e alla grave inadempienza al corretto funzionamento del sistema di abbattimento delle emissioni in atmosfera.


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La risposta è dentro di te (e, però, è sbajata!)

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Nei post precedenti abbiamo visto che il confuso modo di legiferare del nostro legislatore ha generato, anche nel settore della bonifica dei siti contaminati, problemi interpretativi.
Parlando di omessa bonifica, abbiamo sottolineato che le recenti modifiche hanno, nei fatti, costituito un modo “forbito” e subdolo di condonare l’inquinamento, e nello stesso tempo posto problemi interpretativi che la giurisprudenza ha risolto in modo non univoco, arrivando a sancire, addirittura, in alcuni casi, la retroattività di norme penali


Ma non è finita qui.


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