lunedì, marzo 19, 2012

Stop al consumo di territorio. Le dimensioni della cementificazione in Piemonte

All'interno di questo blog si era già parlato del movimento Stop al consumo del territorio, nato nel 2009 su iniziativa di un gruppo di cittadini di Langhe, Roero e Monferrato, estesosi in tutta Italia fino alla costituzione del Forum nazionale della terra e del paesaggio. Il movimento ha come obiettivo quello di far cessare la pratica della cementificazione selvaggia che affligge il nostro Paese. 
La cementificazione del terreno comporta varie conseguenze negative: aumento di anidride carbonica, impoverimento delle falde acquifere e dissesto idrogeologico, squilibri nell'ecosistema e progressivo aumento della dipendenza dall'estero per le risorse agricole ed alimentari, eppure il nostro Paese è afflitto da una spirale viziosa nella quale la sempre più esigua fetta di trasferimenti statali spinge molti comuni a cercare di far cassa rendendo edificabili aree vergini, per lo più originariamente destinate a suolo agricolo.
Il movimento, attraverso il suo portale web, sta proponendo ai comuni italiani di censire le proprie aree edificabili, soprattutto quelle su cui sorgono edifici abbandonati, o che andrebbero restaurati. Questo sarebbe il primo passo verso l'adozione di piani regolatori che incentivino interventi di edilizia su tali zone, al fine di recuperare e sfruttare l'esistente, senza erodere più ettari ed ettari di suolo agricolo. Tant'è, si parla in questo caso di Comuni a crescita zero, dove zero sta per uno stop assoluto alla cementificazione in aree vergini. Dopo Cassinetta di Lugagnano nel milanese, il primo comune ad aderire al movimento, ora ha aderito il comune di Camigliano.
Dalla cementificazione selvaggia non è immune nemmeno la regione Piemonte, da sempre terra di legna e boschi.
Dall'ultima rilevazione sul consumo di suolo condotta dalla Regione, che fotografa la situazione fino al 2008, risulta che il consumo di suolo negli ultimi vent’anni si è portato via in media mille ettari all’anno di suolo fertile, al netto di infrastrutture e mobilità. Edifici residenziali, commerciali e industriali hanno guadagnato terreno a scapito dell’agricoltura e del paesaggio e il 7,2 per cento della superficie regionale risulta “consumata” dal cemento: 182.894 ettari di suolo urbanizzato su una superficie complessiva di 2,5 milioni, che per più di un terzo è formata da montagne. Per la prima volta le cifre prendono in considerazione anche il terreno consumato dalle infrastrutture che, secondo gli analisti, incidono per circa il 20% sul totale del suolo consumato. Senza contare autostrade, ferrovie e svincoli, comunque, al 2008 la percentuale di suolo impermeabilizzato è stata del 5,9%, 25 mila ettari in vent’anni. 
Un dato che conferma la costante crescita registrata a partire dal 1991, con un tasso di incremento annuo del 1,2 per cento. In gran parte suoli agricoli tra i più pregiati, che al 2008 risultavano compromessi nel complesso per 117mila ettari su un totale di 182mila consumati.
«Paradossalmente la crisi economica potrebbe accelerare il consumo di territorio» sostiene Fabio Minucci, urbanista del Politecnico di Torino, autore di un dettagliato studio sul problema: «a livello nazionale, solo nel 2008 i comuni hanno incassato dagli oneri di urbanizzazione 3,208 miliardi di euro, con una crescita del 58% rispetto al 2000. Serve una politica fiscale che disincentivi il consumo di suolo».
 In Piemonte però c’è anche chi ha provato ad andare controcorrente : la Provincia di Torino, con il recente Piano territoriale di coordinamento (Ptc) ha imposto ai nuovi piani regolatori comunali l’inedificabilità delle aree ancora vergini, dopo che nel torinese in 15 anni sono stati consumati 7500 ettari di suolo libero. Il caso più eclatante, diretta conseguenza dell'applicazione delle nuove regole, è stato lo stop al progetto del nuovo insediamento Ikea a La Loggia, che avrebbe occupato 16 ettari di terreno agricolo. L’assottigliarsi della superficie di suolo coltivabile tocca prima di tutto gli agricoltori. in quanto in vent’anni si è consumato quasi il 20% del suolo fertile di elevata qualità.

I rappresentanti degli agricoltori sostengono che sia la politica a dover intervenire attraverso la riforma della legge urbanistica regionale. Inoltre viene avanzata la richiesta di recuperare il patrimonio edilizio esistente limitando le nuove espansioni urbanistiche a macchia di leopardo, che richiedono sempre più nuove strade e infrastrutture. 
«Le amministrazioni devono smettere di sottostare alla logica perversa che pretende la svendita del territorio per far quadrare i bilanci pubblici» dichiara Alessandro Mortarino, coordinatore di “Stop al consumo di territorio” .
«A partire da febbraio – annuncia Mortarino – chiederemo a tutti i comuni italiani un censimento degli immobili inutilizzati, affinché ne tengano conto nei loro piani regolatori».
Giova comunque ricordare che nel Decreto Sviluppo vi sono norme per la semplificazione delle procedure edilizie e che il disegno di legge n. 179 presentato dalla Giunta piemontese il 15 novembre scorso recepisce a livello regionale tali norme. Le procedure semplificate potranno essere applicate per i «programmi di rigenerazione urbana», per i cambi di destinazione d’uso degli immobili e per l’approvazione dei piani esecutivi e delle convenzioni da parte delle giunte comunali. In questi mesi, il progetto di legge è rimasto fermo in Commissione in attesa di alcune modifiche che ne amplieranno ulteriormente la portata e che saranno depositate nei prossimi giorni in Consiglio regionale. Nello specifico la nuova normativa prevede l’introduzione di un iter semplificato per l’approvazione dei programmi di rigenerazione urbana, in variante al piano regolatore generale.
Il secondo aspetto toccato dalla «liberalizzazione dell’attività edilizia dei comuni» riguarda gli edifici pubblici o di interesse pubblico, che potranno cambiare destinazione d’uso anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, purché tra loro «compatibili o complementari». La stessa cosa varrà per «gli interventi di iniziativa privata», in base a particolari requisiti che la Regione dovrà stabilire.
 Ma la novità tanto attesa da comuni e operatori riguarda i piani esecutivi e le convenzioni che, qualora non comportino variante allo strumento urbanistico generale, potranno essere approvati dalla Giunta comunale, senza passare al vaglio del Consiglio comunale. Un tipo di provvedimento, spiegano dalla Direzione regionale Edilizia, destinato a «trovare collocazione organica anche nella riforma della legge urbanistica regionale».
Le nuove regole «semplificate» preoccupano le associazioni degli ambientalisti. «L’alleggerimento delle procedure – denuncia Maria Teresa Roli di Italia Nostra Piemonte – va nella direzione di una minore trasparenza nelle scelte delle amministrazioni comunali, spodestando ulteriormente i Consigli comunali del loro ruolo di controllo e di garanzia nei confronti dei cittadini, a scapito di una gestione equa del territorio». Dalla Direzione regionale Politiche territoriali rassicurano: «Le nuove norme introducono una semplificazione molto spinta – dice il direttore Livio Dezzani –. Ma per garantire la massima trasparenza dei processi decisionali, tra gli aggiustamenti che apporteremo al disegno di legge c’è l’introduzione di un periodo di 30 giorni per presentare le osservazioni ai provvedimenti proposti, prima dell’approvazione da parte delle giunte comunali».
Speriamo bene!

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