giovedì, dicembre 02, 2010

Rinnovabili: Nimby e Benefit Sharing

La costruzione di impianti a rinnovabili e il benefit sharing...alla sindrome NIMBY si rimedia con il benefit sharing!


In una parte d’Europa li chiamano NIMBY: not in my backyard (letteralmente non nel mio cortile). Se vuoi costruire un parco eolico fallo pure, ma non sul mio territorio. Non vicino a casa mia.

Sono le associazioni ambientaliste, i cittadini, i comitati locali, certe volte i Comuni stessi che si oppongono alla costruzione di grandi impianti alimentati a rinnovabili. Perchè è vero, le rinnovabili “fanno bene” e non inquinano, ma l’impatto visivo, l’ombra, le vibrazioni, il noioso flickering delle pale eoliche, quelli non si possono ancora eliminare.

L’opposizione è comprensibile, e in certi casi - ma non in tutti - giustificata; fa parte di un fenomeno, quello delle Rinnovabili, che non è sempre buono, sempre positivo, ma è fatto anche di facili speculazioni, di violenze sul territorio, di elusione delle norme, di rigetto delle tradizioni.
Questo le grandi società lo hanno imparato: in certi casi, l’opposizione delle comunità locali e delle associazioni ambientaliste è talmente forte dal farle desistere.

Allora si sta sviluppando, in alcune parti d’Europa, un approccio nuovo. Non si costruisce e basta. Si cerca invece di coinvolgere la comunità locale e di informarla, e soprattutto, di ricompensarla per i fastidi. Tutto questo si chiama Benefit Sharing  o condivisione dei benefici.

In sintesi, ecco come funziona.
Il primo modo di rendere più appetibile il progetto, è diminuire la sua criticità ambientale, in una sorta di negoziazione con gli Enti Locali. Non è nuovo, e anche la nostra legislazione lo permette.
Per esempio, nell’installazione di un grande parco eolico nella zona di Bouin, in Francia, al fine di tutelare alcune specie di uccelli nell’area adiacente, la società responsabile si è accordata coi comuni coinvolti per ridurre le emissioni elettromagnetiche interrando i cavi, ha eseguito lavori di miglioramento dell’habitat lacustre e monitorato lo stato delle cose nel corso del tempo. Una diretta compensazione ambientale -ma non monetaria- della destabilizzazione provocata dalla costruzione del parco eolico.

Un altro modo, quello dei c.d. benefits in kind, è farsi perdonare l’impatto mediante una compensazione indiretta, anche monetaria. In Polonia, vicino al lago Ostrowo, si è costruito un parco eolico, ma il Comune è stato ricompensato, un po’ prosaicamente: la società installatrice gli ha acquistato uno scuolabus, ha finanziato l’annuale festival vichingo, ha comprato una divisa nuova per la squadra di calcio. Invece a Kortrijk, in Belgio, chi ha costruito ha anche organizzato visite guidate all’interno delle turbine, i cui proventi andranno in parte al Comune, e pare sia un successo. Mi chiedo se in Italia, l’art. 12.6 del D.Lgs. 387/2003, che vieta la compensazione patrimoniale, permetta l’attribuzione dei benefits in kind. Forse no.

Mettiamo invece che siano i cittadini a possedere l’impianto, o ad avere investito nella realizzazione, o ad aver creato una società ad hoc per la costruzione e lo sfruttamento dell’energia. Quest’ultimo è il caso, un po’ sui generis, dell’isola di Texel, in Olanda, dove 2 anni fa un gruppo abbastanza cospicuo di cittadini ha investito i suoi risparmi per creare una società per azioni aperta a tutti gli abitanti dell’isola: ciascuno di essi ha il diritto ad un pacchetto di azioni oltre che all’acquisto a prezzo di favore dell’energia elettrica. Tra i tanti vantaggi di questo progetto che, fino ad’ora, sembra essere economicamente sostenibile, ci sono i tagli al costo dell’energia, e la consapevolezza che le turbine sono lì non perchè le ha volute qualcun’altro, ma per volontà degli abitanti stessi: il che, ça va rien dire, conta molto in termini di “sopportazione” dell’impatto.

Un altro modo di coinvolgere le comunità locali nel progetto è assicurare che i lavori vengano svolti da imprese del posto, e che la manutenzione del parco venga lasciata a persone del luogo. La creazione di posti di lavoro può essere anche indiretta: come nel caso di Kortrijk, con la partecipazione delle guide turistiche locali. Più o meno la stessa cosa succede ad Eastgate, Regno Unito, dove il parco a Rinnovabili (eolico, solare, biomassa) diventa un villaggio educativo da visitare e un centro termale, incrementando il turismo con un ritorno economico per tutte le infrastrutture locali.

In tutti questi esempi, il minimo comune denominatore è, prima della “contrattazione”, il coinvolgimento della comunità e delle associazioni locali. Si organizzano dibattiti, corsi informativi, mostre; l’intento è quello di far capire che cosa sono le rinnovabili, come funzionano, e di sfatare le leggende (sulla pericolosità delle dighe, o sulla rumorosità delle pale eoliche, per esempio). In certi casi si lavora a quattro mani: raccolti dubbi e proposte, si modifica il progetto.

Non è che tutti sorridano e dialoghino cordialmente, nell’immagine idilliaca che talvolta si percepisce quando si sente parlare di queste cose. Però la decisione sembra un po’ meno imposta dall’alto e un po’ più partecipata, e finisce per essere più accettata.

Un’altra osservazione che si potrebbe fare è che la società che concede il benefit sharing, non lo fa per il bene comune, ma per semplificarsi la vita. La sua informazione preventiva, ad esempio, non ha uno scopo educativo per se, ma è finalizzata a far sì che la comunità accetti il progetto e non le metta i bastoni fra le ruote. E’ un modo come un altro per gestire il dissenso. Vero. L’altro lato della medaglia è però che, forte di questi esempi, le comunità locali possano sentirsi in diritto di “contrattare” tutte le volte che un progetto sta per essere eseguito sul loro territorio. Possono essere loro stesse a richiedere chiarimenti, compensazioni, variazioni - ben oltre e più largamente di quanto già la legge prevede e impone. Possono ritrovarsi a collaborare ad un progetto che rischiavano solo di subire. Il benefit sharing, cioè, è uno strumento che serve sia gli interessi delle comunità, che quelli delle grandi società, quindi alla fine, quelli di tutti.

Infine. Condividere i benefici, detto così, sembra bello, ma è ancora presto per tirare le somme. Alcune domande: non c’è il rischio che tutto questo parlare di “condivisione” finisca per dare un potere eccessivo alle minoranze organizzate locali per un disturbo a oltranza all’insediamento di nuovi impianti?
E poi: bisogna imporre la negoziazione per legge tutte le volte che l’impatto è notevole? O non si finirebbe per aggravare, troppo, il percorso a ostacoli da affrontare quando si costruisce un impianto a rinnovabili?
Resto, per il momento, con le domande.

***

Natura Giuridica di Andrea Quaranta: Studio di Consulenza legale Ambientale.

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1 commenti:

A mio avviso i giusti interrogativi che chiudono l'articolo sono destinati qui in Italia ad avere una risposta perennemente negativa, se, ogni qualvolta si discuta della costruzione di un grande impianto, imprese e collettività adottino la tattica del muro contro muro.
La questione è prima di tutto culturale: occorrebbero una maggiore responsabilità sociale da parte delle imprese e un minore ostruzionismo delle comunità locali.
Ad ogni modo molto potrebbe fare anche un'applicazione intelligente e "creativa" delle nuove norme sulla compensazione introdotte dalle Linee Guida. Infatti esse, pur fissando vincoli molto stringenti, nell'ampiezza della formula "misure di carattere ambientale e territoriale non meramente patrimoniali o economiche" forse possono contribuire alla ricerca di nuove soluzioni concertative che possano essere soddisfacenti per le parti in causa.
Vincenzo Grieco