lunedì, settembre 11, 2017

Prevenire costa meno che curare: la consulenza giuridica in materia di diritto dell'ambiente


Avete un’attività di gestione di rifiuti?

Bene, allora sapete già che dovete tenervi informati, conoscere ogni novità normativa, innanzitutto, ma anche giurisprudenziale: le principali sentenze in materia di rifiuti emesse da Cassazione, TAR e Consiglio di Stato.
Dovete insomma essere sempre sul pezzo.

La normativa in materia di gestione dei rifiuti è complessa? Non posso che essere d’accordo con voi.
Ma deve essere applicata, e dinnanzi ad un giudice – perché è facile finire, anche inconsapevolmente, nelle maglie della giustizia – non potete invocare la complessità della normativa per sfuggire alle sanzioni, amministrative o penali che siano.

Ma procediamo con calma, e per gradi.

Il diritto dell’ambiente continua ad essere aggiornato, modificato, integrato, integrato e sostituito: questa situazione, unita al fatto che possono esistere discipline differenti da regione a regione, e che anche la normativa nazionale è scritta in modo non sempre chiaro, non facilita certo la sua osservanza e la sua applicazione.
In altri termini, è estremamente facile sbagliare ed incorrere in sanzioni, ma la complessità e la nebulosità della normativa non sono motivazioni valide per sfuggire alle sanzioni.
Non si può ricorrere alla buona fede, per difendersi innanzi al giudice.

Di recente, due sentenze della Cassazione (n. 2996/2017 e n. 2246/2017) hanno ribadito questo concetto fondamentale, che vale per chi gestisce in modo professionale i rifiuti, ma è applicabile a tutti coloro che, a diverso titolo, devono sottostare alle stringenti regole del diritto dell’ambiente.

I due protagonisti delle sentenze avevano effettuato:
  • in un caso, attività di trattamento e recupero di rifiuti speciali non pericolosi, e
  • nell’altro, raccolta, trasporto e commercio non autorizzati di rifiuti metallici,
in assenza di titolo autorizzativo e di iscrizione nell’Albo Nazionale dei Gestori ambientali.

Varie le motivazioni addotte dagli imputati, che facevano leva proprio sulla buona fede:
“è poco che mi occupo di queste faccende”;
“la normativa è complicata e presenta rilevanti connotati di equivocità”
“si tratta di errore inevitabile”;
“i rifiuti trattati sono pochi”,
e così di seguito …..

Secondo la Cassazione tali argomentazioni sono estremamente generiche: la Corte non arriva a dire che si tratta di un atteggiamento infantile, ma il senso è quello.

Si tratta, e qui esprimo la mia opinione frutto di oltre 15 anni di esperienza nella consulenza giuridica in materia di diritto dell’ambiente, di un atteggiamento che deriva da un approccio anacronistico rispetto alle problematiche connesse con la gestione del rischio ambientale.

La prima obiezione che mi viene mossa quando prospetto ai clienti – non importa se di grandi o piccole dimensioni – l’ipotesi di costruire un sistema di gestione ambientale è la seguente:
“si, ma qui vedo solo costi, che dovrei sostenere per far fronte a situazioni del tutto eventuali…”

È una reazione che io definisco “miopia prospettica d’impresa”, e che consiste nell’aver una scarsissima visione di medio-lungo periodo del proprio business.

Di fronte a questa prima reazione propongo un’argomentazione più pratica: prescindiamo per un momento dalle “motivazioni ambientalistiche”, dal quanto ciascuno di noi tenga alla salvaguardia del pianeta, e passiamo alle motivazioni meramente economiche.
Il portafoglio.

Prevenire è importante perché non si prevengono solo “generici danni all’ambiente” – un concetto per molti ancora troppo astratto – ma soprattutto perché si prevengono i danni economici (che ci sono sempre), quelli di immagine, per non parlare dei contenziosi con le Pubbliche Amministrazioni…

Prevenire è meglio che curare, sintetizzava con efficacia una pubblicità di tanti anni fa.

E aggiungo che, a conti fatti, prevenire costa meno che curare, da qualsiasi angolo visuale voi vogliate guardare la situazione.

In ogni caso, ci pensa la Cassazione a ricordarvelo.
Cassazione che, nel redigere il testo delle sentenze, sembra quasi ispirarsi ad Arthur Donan Doyle, che ne “Le avventure si Sherlock Holmes” sosteneva che “nulla è più innaturale e sfuggevole dell’ovvio”. 

Perché ciò che è ovvio per un soggetto (ad esempio, il legislatore, nel momento in cui legifera), può non esserlo, e spesso non lo è, per un altro (ad esempio, per gli operatori del settore, nell’ osservare le leggi).
E in assenza di una normativa chiara, potete presumere di poter agire correttamente, salvo poi scoprire che ciò che consideravate corretto era in realtà frutto di una vostra libera (o giustificabile) interpretazione.
Con tutte le conseguenze burocratiche, amministrative, temporali, sanzionatorie ed economiche del caso.

Il punto focale è, allora, probabilmente proprio quest’ultimo: presumere troppo, supporre. Ovviamente in buona fede, anziché chiedere aiuto ad uno specialista del diritto ambientale. Come me.
Perché, allora, non affidarvi ad uno specialista in grado di prevedere, e di prevenire i danni?
*°*
Ecco alcuni passi delle due sentenze.

In tema di ignoranza della legge penale, la Corte (n. 2996/2017) afferma che “per il comune cittadino tale condizione è sussistente, ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia.
Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una “culpa levis” nello svolgimento dell’indagine giuridica.
Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto“(Sez. U, n. 8154 del 10/06/1994, P.G. in proc. Calzetta, Rv. 19788501)”.

Avete capito?
Un comportamento positivo consiste proprio nell’adottare misure di prevenzione e di gestione del rischio ambientale, avvalendosi di esperti giuristi ambientali.

Comunque, prosegue la Cassazione: 

  •       l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale non si configura quando l’agente svolge una attività in uno specifico settore rispetto al quale ha il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente, e 
  •    l’ignoranza, da parte dell’agente, sulla normativa di settore e sull’illiceità della propria condotta è idonea ad escludere la sussistenza della colpa se indotta da un fattore positivo esterno ricollegabile ad un comportamento della pubblica amministrazione, ovvero ad una precedente giurisprudenza assolutoria o contraddittoria o ad una equivoca formulazione del testo della norma.
Inoltre, la prova della sussistenza della buona fede deve essere fornita dall’imputato, il quale ha anche l’onere di dimostrare di avere compiuto tutto quanto poteva per rispettare la norma violata.

E infine: né il carattere di frammentarietà di una disciplina normativa, né il fatto che sull'applicazione della stessa si siano formati diversi orientamenti, tanto da giustificare l'emanazione di una norma di interpretazione autentica, possono essere invocati a causa di ignoranza incolpevole della legge penale, o comunque della legge integratrice del precetto penale, facendo venir meno l'elemento soggettivo del reato, quando il soggetto che svolga professionalmente una specifica attività non abbia dimostrato di aver fatto tutto il possibile per richiedere alle autorità competenti i chiarimenti necessari e per informarsi in proprio, ricorrendo ad esperti giuridici, con ciò adempiendo allo stringente dovere di informazione sullo stesso gravante (Cassazione Penale, n. 2246/2017).

Ne va del vostro futuro, e della vostra serenità.

Prevention is now, before tomorrow

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