venerdì, gennaio 08, 2010

Precise parole

Fuori viene giù un diluvio di fiocchi di neve: il silenzio è assordante, una volta spenta la televisione. E’ giovedì, c’è l’appuntamento consueto con Anno Zero. Ma questa sera proprio non ce la faccio. Non so perché…o forse proprio perché lo so.
Stupendo, come dice Vasco: mi viene il vomito, è più forte di me…

Eppure la dialettica di Vendola è accattivante, e Castelli non è neanche sgradevole (!), e pure con un po’ di autoironia (!) dice delle cose che definire sensate sarebbe un azzardo, ma insomma, diciamolo: non gli si può dare torto quando critica la sinistra, eternamente persa in sterili dibattiti sul nulla, alla ricerca di qualcosa che non trova (e probabilemte manco ha voglia di farlo), compiaciutamente disorientata fra deliri di onnipotenza, da una parte, e la consapevolezza della sconfitta, stigmatizzata da Francesca Fornario con le sue battute al vetriolo, dall’altro.
Insomma, non ce l’ho fatta, e ho spento la TV. Anno Zero non c’entra, c’entra la nausea, che mi (ri)prende tutte le volte che guardo un TG…



Il fatto è che a me piacciono i fatti: che purtroppo stanno scomparendo, sfacciatamente nascosti dai media tradizionali, che danno “notizie col preservativo”, senza inchieste, approfondimenti, dibattiti, in un calderone in cui viene data la stessa importanza alla prima notte di sesso fra due uhm…..fra due del grande fratello, al superenalotto (panacea e ottimo diversivo), “al fatto che è inverno e fa freddo”, alle immancabili diete del “dopo bagordi festivi”, ai capricci dei vip (very important P…u: mi spiace, questa la possono capire solo i piemontesi ;-)…), alle insignificanti dichiarazioni del capezzone di turno, “al fatto che è estate e fa caldo”, al ruolo del Parlamento (come se oggi ne avesse uno…), alle love stories dei vip (sempre quelli), alle sempreverdi “riforme”, ottimo argomento per continuare a procrastinare le decisioni vere, quelle che richiedono gli “attributi”, che il “minisdro”, guello che è diventato “simbatico” suo malgrado, ber il garattere ghe sembra sgorgare (ecco un bel verbo da uomo!) dalla sua prorompente verve, chiamerebbe in un altro, e più colorito, modo…o forse è il "premier" che ha utilizzato questa espressione, qualche tempo fa, ma intendendo identificare qualcun altro?

I fatti, dicevo.

E di fatti, in campo (soprattutto) ambientale, Natura Giuridica ha sempre parlato, senza peli sulla lingua.

E continuerà a a farlo.

Ma anche le parole hanno un loro preciso significato, e non devono essere usate a vanvera, per riempire vuoti esistenziali, ideali, politici, sociali, comunicativi. E finire con il distorcere il senso della realtà, come sono soliti fare gli spacciatori di parole che abbondano in TV, quel leviatano del potere che ancora oggi riesce a condizionare le menti di molti che, con beata ingenuità, e assoluta buona fede, credono in quello che è stato detto alla TV, a prescindere da tutto il resto.

Per fortuna che esiste internet, al quale si è convertito, in modo totale, pure il mio babbo, uno scettico della prima ora che agli albori si compiaceva nel chiamarlo infernet.
Chissà cosa pensa, ora, da lassù, di quelli che vorrebbero mettergli un bel bavaglio, alla rete, e continuare a perpetrare, indisturbati, le loro bugie…

La parole, dicevo.
Precise parole.

Chi mi spiega, allora, cosa ha voluto dire quel “giornalista” del Tg minzoliniano, quando questa sera (07 gennaio 2010), ha affermato che Beppe Grillo “non ha voluto incontrare Schifani perché voleva portare le telecamere”?!
Se era in buona fede, ha detto una cosa senza senso.
Se…
Se no?

E poi: perché questa fretta, nel raccontare gli episodi, superficialmente, distrattamente, per poi dimenticarsene in fretta, lasciando una amara sensazione di inutilità?

Da sempre, il teatro inizia con un prologo, che in questo caso è anche una dichiarazione di intenti: questo spettacolo nasce da una serie di intuizioni e di passioni, ma anche da una riflessione che mi capita di fare sempre più spesso ultimamente, e della quale mi assumo in pieno la responsabilità, e che è la seguente.
Mi sono resa conto che da un po' di tempo in qua mi piacciono di più quelli che me la mettono giù un po' dura, quelli che la fan difficile.
Io non ne posso più di quelli che la fanno facile, che semplificano tutto, banalizzano tutto, cercano di spiegare tutto in due battute, possibilmente brillanti.
E in due battute, possibilmente brillanti, ti chiedono anche di esprimere pareri su cose come, non so, la guerra... la fame nel mondo... il Grande Fratello... Che son robe brutte! Non si possono dare spiegazioni affrettate e superficiali, bisogna pensarci bene, ci va il tempo che ci va…
Complesso è il mondo, diceva Carlo Emilio Gadda - era complesso il suo, figurarsi il nostro...
E allora succede che in questo nostro mondo sempre più complesso c'è tutta una serie di cose che non hanno semplicemente un nome, hanno una storia.
E se uno non si prende la briga di impararsela tutta, quella storia... Meglio ancora: se qualcuno non si assume l'onore e l'onere di raccontarcela tutta, quella storia, poi va a finire che non riusciamo neanche a capire le cose.
Per fortuna il nostro mondo è sempre stato popolato da grandissimi raccontatosi di storie - narratori, romanzieri, autori teatrali: attraverso i loro racconti abbiamo imparato a decifrare il mondo.
E fra tutti, forse, il più grande è stato William Shakespeare. Almeno, io credo di amare più di tutti William Shakespeare. Perché i suoi personaggi ci volano intorno ancora oggi, e ci sorprendono eppure ci somigliano, e ci divertono, ci commuovono, ci appassionano.
Perché le sue storie davvero non hanno età, non finiscono mai - anche quando cala il sipario restano li, da qualche parte, dentro di noi, e magari dopo un sacco di tempo ci rendiamo conto che proprio grazie a quelle storie abbiamo anche capito delle cose, per sempre.
Io credo di amare più di tutti William Shakespeare.
Perché come dice un amico mio - e spero anche vostro:
"Di precise parole si vive, / e di grande teatro".
Lella Costa, Precise parole

Ecco, vorrei che ci fosse qualcuno (in più: sono veramente pochi, ancora) che raccontasse le storie per quello che sono, realmente, e le analizzasse, e si soffermasse sulle cause, sull'evoluzione, sulle ragioni, sulle soluzioni. Su qualcosa di concreto. Sulle parole.
Sulla verità, a prescindere dal male che può fare. Sugli errori, nei quali ognuno di noi può incappare.
Non su quella melassa di cinismo, buonismo e affarismo che ci viene vomitata addosso ogni santo giorno.

Cosa vuoi che ti dica: senti che (bel) rumore?

No - e mi dispiace - non posso farlo: "le nostre vite finiscono quando taciamo di fronte alle cose davvero importanti" (MLK)


0 commenti: