martedì, marzo 18, 2008

Report, puntata del 16 marzo 2008: un altro modello di sviluppo (II). Il necessario “disaccoppiamento" del concetto di merce e di quello di bene

(continua…)

Pietro Lorusso, imprenditore di Bari, sottolinea – nell’intervista a Michele Buono – che la cultura dell’incremento del PIL significa aumento smisurato di produzione di merci, che sono inutili al benessere dell’uomo, consumano un’enorme quantità i risorse e devono essere prodotte in grandissima quantità…

La Gabanelli, dal canto suo, evidenzia le contraddittorietà del modello basato sul PIL: “sentire degli imprenditori dire che si producono troppe merci inutili sembra una roba da matti, ma non lo è: cercano un modello che permetta di non impoverirsi e vivere meglio utilizzando meno risorse.
Che nel nostro schema di sviluppo c’è qualcosa che non va lo dimostra il fatto che abbiamo paura che Cina e India arrivino a consumare quanto noi, perché si arriverebbe al collasso del sistema. Allora bisognerebbe ripensare tutto”.

Lo diceva, già nel 1972, Aurelio Peccei, dirigente FIAT e fondatore del Club di Roma quando, insieme ad un gruppo di imprenditori, economisti e scienziati, finanziò una ricerca al MIT di Boston volta a (cercare di) sapere dove ci avrebbe portato il nostro tipo di “crescita” economica: “il risultato della proiezione – proiezione, sottolinea in studio la Gabanelli, e non previsione – fu che il sistema sarebbe collassato, anche facendo finta di avere a disposizione risorse illimitate. E la risorsa numero uno per produrre qualunque cosa è l’energia”. Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, consumando e sprecando troppo, e ad un ritmo vertiginoso. Di qui l’estrema attualità e l’importanza dell’argomento, che comincia a spingere molti imprenditori (e non solo: basti pensare alle sempre più diffuse “metodologie” di consumo individuale) verso la ricerca di modelli alternativi, capaci di invertire la rotta.

Come nel caso del trasporto a Parma, dove è stato adottato un piano della mobilità
con un progetto e dei soldi per far camminare persone e merci risparmiando carburante e non inquinando (un sistema efficiente ed integrato di trasporto pubblico che disincentiva il massiccio ricorso alle autovetture private; piste ciclabili sicure; biciclette comunali che si possono prendere a piacimento con una semplice carta magnetica; il bus a chiamata; il car sharing; l’introduzione di figure specializzate di mobility manager).

O in quello previsto per il trasporto delle merci sulla tratta La Spezia-Padova, dove l’utilizzo della ferrovia e la raziona
lizzazione dei viaggi abbattono drasticamente il livello di inquinamento dovuto all’inutile trasporto su gomma. In definitiva, adottare un piano generale trasporti, in cui i movimenti di merci e le persone interagiscono, e tengono conto dell’ambiente: una visione globale, che porta ad investire sulla TAV ma anche sui trasporti regionali, tanto per fare un esempio.
La notizia è che tale piano es
iste già: purtroppo, però, come troppo sovente accade, al di là della facciata e delle parole da perenne propaganda elettorale, si nascondono gli interessi, neanche tanto occulti, di bottega, che ne modificano continuamente il contenuto, o ne ostacolano la realizzazione.
A questo, per completezza, occorre aggiungere che esiste ancora una radicata abitudine a utilizzare l’aut personale, anche per brevi spostamenti, e molto spesso per una sola persona.

O, ancora, come nel caso della monorotaia di Wuppertal, classico esempio di come si può utilizzare al meglio ciò che già esiste, invece di continuare a ricostruire, e sprecare materie ed energia.

O in quello del riutilizzo di pc e di materiale informatico per il riuso presso scuole o altre strutture che hanno bisogno di questo tipo di materiali; dell’utilizzo “perpetuo” che dei contenitori fanno coloro che comprano alla spina; del recupero di energia grigia da parte di una sessantina di imprenditori pugliesi, associatisi per fare in modo che gli scarti, i rifiuti, le esternalità di una impresa diventino materia prima per un’altra.Icastica, a questo riguardo, l’affermazione di Roberto Lorusso, imprenditore di Bari: “io posso decidere di concordare con un mio cliente l’erogazione di un prodotto/servizio in determinate ore del giorno dicendo che arriverò da lui non prima delle 10 e 30 ed andrò via alle 18 perché il mio personale viaggia solo con treno. Se io nella relazione spiego lui che il mancato utilizzo dell’automobile, il fatto di utilizzare un mezzo pubblico questo produce, in realtà è una dimensione delle risorse, che fa bene a me e fa bene anche a lui e se lui comincia a percepire questa cosa, nella catena di valore della relazione tra cliente e fornitore, può darsi che cambi qualche cosa nel modo in cui il mio cliente modifichi la relazione o con altri fornitori o con i suoi clienti”.

Vito Mannari, un
altro imprenditore di Bari, afferma, dal canto suo, che “sono a disposizione studi attrezzati, sale riunione, in questo momento ci sono 3 offerte, uffici, depositi di magazzini spazi verdi. L’inutilizzo di uno spazio è spreco, l’inutilizzo di alcuni spazi in auto è spreco, l’inutilizzo dei miei scarti di produzione è spreco, l’inutilizzo della mia banda internet è spreco. Allora il fatto che la mia banda internet sia a disposizione di studenti, di persone deboli gratuitamente, il tutto sono scambi, sono doni, non mercificati, produce ricchezza, ricchezza culturale ricchezza sociale, automaticamente riduce l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente”.

Il risultato finale, sottolinea Michele Buono, è che sono avvenuti degli scambi gratuiti, non c’è stato passaggio di danaro, ma tutti hanno potuto godere di beni, compreso la comunità nella quale si svolgono questi scambi.

E’ un esempio di crescita senza spreco di risorse.
Eppure tutto questo sfugge al calcolo del PIL…


"Maggiore è la crescita delle merci che si scambiano col denaro, maggiore è il benessere. In realtà il concetto di merce non corrisponde al concetto di bene, per cui noi possiamo avere delle merci che fanno crescere il prodotto interno lordo che quindi richiedono denaro e così via, che non sono effettivamente dei beni. Tutta l’energia in più che si consuma in una casa mal costruita, tutta la benzina in più che si consuma in una coda, sono delle merci che fanno crescere il PIL e, quindi, il giro di denaro, ma che fanno diminuire il benessere. Noi dobbiamo disaccoppiare il concetto di merce dal concetto di bene. E a questo punto abbiamo bisogno di indicatori diversi per misurare il benessere di una nazione e dei suoi abitanti”
(Maurizio Pallante, economista dell’ambiente).

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