venerdì, aprile 11, 2008

Corte di Giustizia, 18 dicembre 2007: cronaca di una sentenza annunciata (I)

Con tre diverse sentenze del 18 dicembre 2007 (cause C-194/05; C-195/05 e C-263/05) la Corte di Giustizia europea in un solo giorno ha condannato l’Italia ben tre volte.
Il motivo è identico: essere venuta meno agli “obblighi che le incombono in forza della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, sui rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CE”.
La Corte, in questo modo, ha stigmatizzato il pessimo stato, di assoluto degrado, della normativa italiana (anche) in materia di rifiuti, che necessita, oggi più che mai, un’effettiva opera di riorganizzazione, alla luce di quei principi europei che finora sono stati troppo spesso soltanto evocati in modo evasivo.

Quella che segue, nei prossimi post, è una breve analisi di questa “cronaca di una sentenza annunciata”.

Occorre partire da lontano, ed evidenziare, seppur per sommi capi, l’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Giustizia: e se si considera che, dalla prima pronuncia del 28 marzo 1990 fino ad oggi, la Corte di Giustizia europea si è costantemente pronunciata, in tutti i casi sottoposti al suo esame, nel senso di un’interpretazione estensiva della nozione di rifiuto, si comprende il perché di tale facile profezia.

La Corte di Lussemburgo, infatti, con motivazioni più o meno articolate, ha sempre considerato rifiuto, sulla base della definizione contenuta nella direttiva, “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi, abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”, sottolineando come il catalogo di sostanze di cui all’allegato I della stessa direttiva (attraverso il quale è stata, in un certo senso, chiarita tale definizione) ha un valore meramente indicativo, atteso che la qualifica di rifiuto discende anzitutto dal comportamento del detentore e dal significato del termine «disfarsi» (in tal senso, v. sentenze 18 dicembre 1997, causa C-129/96, Inter-Environnement Wallonie;7 settembre 2004, causa C-1/03, Van de Walle e a.; 10 maggio 2007, causa C-252/05, Thames Water Utilities).

Quest’ultimo deve essere interpretato non solo alla luce della finalità essenziale della direttiva, ma anche dell’art. 174, n. 2, CE, il quale stabilisce che «la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni della Comunità. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva […] Ne consegue che il termine «disfarsi», e pertanto la nozione di «rifiuto» ai sensi dell’art. 1, lett. a), della direttiva, non possono essere interpretati in senso restrittivo» (in tal senso, in particolare, sentenza 15 giugno 2000, cause riunite C-418/97 e C-419/97, ARCO Chemie Nederland e a.)

(segue)

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