domenica, aprile 13, 2008

Corte di Giustizia, 18 dicembre 2007: cronaca di una sentenza annunciata (II)

(segue da)

In estrema sintesi, la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha posto l’accento su alcuni criteri differenziali:

1) alcune circostanze possono costituire indizi del fatto che il detentore della sostanza od oggetto se ne disfi (ovvero abbia deciso o abbia l’obbligo di «disfarsene»): in particolare, ciò si verifica quando una sostanza è un residuo di produzione o di consumo, cioè un prodotto che non è stato ricercato in quanto tale (in tal senso, in particolare, sentenza Arco; sentenza Niselli);

2) il metodo di trasformazione o le modalità di utilizzo di una sostanza non sono determinanti per stabilire se si tratti o no di un rifiuto (sentenza Arco; sentenza KVZ retec);

3) l’esecuzione di una delle operazioni di smaltimento o di recupero di cui agli allegati II A o II B alla direttiva non consente di per sé di qualificare come rifiuto una sostanza o un oggetto trattato in tale operazione (v. in tal senso, in particolare, sentenza Niselli, cit., punti 36 e 37);
4) la nozione di rifiuto non deve intendersi nel senso che essa esclude le sostanze e gli oggetti suscettibili di riutilizzazione economica (v., in tal senso, in particolare, sentenza 25 giugno 1997, cause riunite C-304/94, C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e altri)

5) il sistema di sorveglianza e di gestione istituito dalla direttiva intende infatti riferirsi a tutti gli oggetti e le sostanze di cui il proprietario si disfa, anche se essi hanno un valore commerciale e sono raccolti a titolo commerciale a fini di riciclo, di recupero o di riutilizzo (v., in particolare, sentenza 18 aprile 2002, causa C-9/00, Palin Granit);

6) ad ogni modo, dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia emerge, altresì, che, in determinate situazioni, un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di estrazione o di fabbricazione che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto, del quale il detentore non cerca di «disfarsi», ma che intende sfruttare o commercializzare a condizioni ad esso favorevoli, in un processo successivo, a patto che tale riutilizzo sia certo, non richieda una trasformazione preliminare e intervenga nel corso del processo di produzione o di utilizzazione (v., in tal senso, sentenze Palin Granit, cit., punti 34-36; sentenza AvestaPolarit Chrome, 11 settembre 2003, causa C-114/01; Niselli, cit., punto 47; sentenza 8 settembre 2005, causa C-416/02, Commissione/Spagna, punti 87 e 90; sentenza causa C-121/03, Commissione/Spagna, punti 58 e 61).

In definitiva, oltre a quello relativo alla natura o meno di residuo di produzione di una sostanza, costituisce un criterio utile ai fini di valutare se essa sia o meno un rifiuto ai sensi della direttiva quello concernente il grado di probabilità di riutilizzo di tale sostanza, senza operazioni di trasformazione preliminare (se, oltre alla mera possibilità di riutilizzare la sostanza di cui trattasi, il detentore consegue un vantaggio economico nel farlo, la probabilità di tale riutilizzo è alta. In un’ipotesi del genere la sostanza in questione non può più essere considerata un onere di cui il detentore cerchi di «disfarsi», bensì un autentico prodotto. Cfr citate sentenze Palin Granit, punto 37, e Niselli, punto 46).

Tuttavia, se per tale riutilizzo occorrono operazioni di deposito che possono avere una certa durata, e quindi rappresentare un onere per il detentore ed essere potenzialmente fonte di quel danno per l’ambiente che la direttiva mira specificamente a limitare, esso non può essere considerato certo ed è prevedibile solo a più o meno lungo termine, cosicché la sostanza di cui trattasi deve essere considerata, in via di principio, come rifiuto.

In sostanza, l’effettiva esistenza di un «rifiuto» va accertata alla luce del complesso delle circostanze, sopra tratteggiate: tuttavia, atteso che la direttiva non suggerisce alcun criterio determinante per individuare la volontà del detentore di disfarsi di una determinata sostanza o di un determinato materiale, in mancanza di disposizioni comunitarie gli Stati membri sono liberi di scegliere le modalità di prova dei diversi elementi definiti nelle direttive da essi recepite, purché ciò non pregiudichi l’efficacia del diritto comunitario.

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